Italia-Uruguay: Il Calciatore dalla Triste Figura

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Questo articolo è stato pubblicato su minima&moralia

di Alessandro Garigliano

Ieri mi sentivo in una condizione eccellente per vedere Italia-Uruguay. Non mi sono mai perso, in realtà, un solo Mondiale di calcio. Smetto di leggere e di fare ricerche, sprofondo sul divano cercando di vedere quante più partite possibili. Non amo il calcio ma non lo odio, mi piacciono le passioni dispiegate ai massimi livelli. Non ho nessuna specializzazione e forse non godo nemmeno di qualità: vedere coreografie di ossessioni mi struttura. Mi appendo a qualità olimpiche parassitando vite monomaniache: l’idea fissa, penso sempre, avrebbe potuto salvarmi. E invece procedo claudicante lungo una normalità che inciampa su scelte precarie. Poi arrivano i Mondiali o le Olimpiadi e sento trascendere i miei limiti quotidiani. Però non riesco a distruggere l’intera mia personalità, non elaboro, mio malgrado, pensieri lineari in grado di farmi godere il momento di gloria di uomini davanti alla prova. Da un lato mi piace condividere la stessa passione con milioni di persone in tutto il pianeta, contemplando lo spettacolo di ventidue giocatori funamboli che compongono e scompongono schemi diversi per segnare la rete; dall’altro, però, sono condannato a essere Io, con tutte le schiavitù e i limiti che questo comporta. E quindi tento di studiare l’orizzontalità nella quale si muovono uomini capaci di esercizi agonistici unici, individui in grado di elaborare tali ghirigori estetici da apparire, pur tra coordinate spaziali e temporali appiattite, vere e proprie visioni culturali. Ma, al contempo, partita dopo partita, riesco a rimuovere le riflessioni complesse e ad apprezzare sempre di più lo scontro sportivo.

            Ero quasi compenetrato nella tensione. Cioè, non solo mi godevo la perizia tecnica di ogni campione, quasi sobbalzando dal divano al colpo di tacco inutile e strabiliante di Verratti o davanti alle consuete allucinazioni di Pirlo, capaci non di prevedere il gioco ma di realizzarlo attraverso fantasie premonitrici; ero inoltre del tutto rapito dalla tensione. Finalmente partecipavo allo spettacolo anche da un punto di vista emotivo. Non so se era proprio empatia, ma stavo quasi assumendo le pose del tifoso normale, intento a bandire la sportività per un intervallo di novanta minuti di tempo e capace di odiare la squadra avversaria. I movimenti all’interno della mia testa erano sincronizzati sui meccanismi inceppati della partita: costituivano un unico blocco dovuto a un’angoscia da prestazione snervante. Credevo quasi che gli spostamenti fossero proiezioni automatiche del mio cervello, ma che in realtà sullo schermo nel campo tutto si fosse, in modo insostenibile, pietrificato.

            Ma poi, a un certo punto, uno scarto faceva impazzire l’intero spettacolo. Quella dinamica immobile, in grado soltanto di simulare di trasferirsi da una zona all’altro del teatro di gioco, era arrivata nell’area della nazionale italiana con un’ansia ancora paralizzante. Era partito un cross casuale alla ricerca di una spinta d’inerzia – di uno spasmo, di una contrattura fortuita – e, invece, ai confini dell’area piccola, davanti a Buffon, si era squadernata trionfale un’apoteosi circense. Poche volte nella mia vita mi era capitato di assistere a un gesto di tale e tanta potenza. In verità, i cronisti su Sky mi avevano già raccontato durante ogni partita dell’Uruguay il passato artistico di “El Pistolero”. Avevo sentito più volte di quell’uomo capace di sfogare la rabbia al centro di prestazioni superbe. E in maniera latente la mia passione per il mondo inconscio si era eccitata. Ma i cronisti sportivi non sapevano rendere a dovere il personaggio. Per loro, come per la maggior parte delle persone attratte dal duello calcistico, il caso andava stigmatizzato moralisticamente e rinchiuso ai confini dell’anomalia. Ma la cosa più grave era che anch’io, dedito alle Lettere, mi fossi lasciato tramortire da una sindrome da tifoseria e avessi alla fine creduto che un calciatore come Suárez fosse semplicemente un uomo malato. E adesso invece mi trovavo in preda all’eccitazione davanti agli infiniti replay. Fissavo incredulo quello scatto primordiale della bocca dell’attaccante uruguayano. All’inizio si spintonavano lui e Chiellini, si tiravano la maglia e sembrava una contesa banale, ma poi mi trovavo a guatare la fisionomia del difensore italiano, l’ottusità dello sguardo, il modo semplice – ruvido quadrato artigianale deprimente – di contrastare l’avversario e, a quel punto, mi era sembrato di scorgere negli occhi di Suárez un lampo di rivalsa. Erano due forme di ottusità parallele trovatesi al redde rationem. L’attaccante mi appariva come un esemplare supremo di eroe tracotante, mi pareva che il suo fisico e i suoi movimenti incarnassero un’ambizione smisurata: concentrava aggressività, eleganza, testardaggine ma anche una paradossale forma di introflessione. Mentre sentivo informazioni balorde ­– ovvero Suárez in terapia da uno psicologo per imparare nuovi sistemi di respirazione – e sapendo simultaneamente come, dopo la partita, sarebbero esplose innumerevoli trovate, creative sì, ma banalizzanti, da parte mia tentavo in ogni modo di comprendere l’uomo. Si reiterava l’immagine di Suárez contro Chiellini, il primo saltellava con un’energia isterica e ghignava senza volerlo a causa dei denti da castoro, mentre l’altro si sbracciava controllando i gesti tramite grande personalità ed esperienza. E mi sembrava evidente che la palla pazza uruguayana riuscisse con sempre maggiore difficoltà a tollerare quella superficie di gomma contro cui si spegneva ogni velleità di rimbalzo. E allora l’impressione era che il duello concentrasse ed esaltasse a livelli insopportabili il crampo metafora della partita. E nessuno sembrava essere più in grado di sciogliere il dramma, era come se a un dolore acutissimo nessuno sapesse trovare la definizione, la parola terapeutica. Oppure – e mi scuso per l’insistenza sul tema – come se per grandi tragedie storiche nessuno fosse in grado di elaborare, in campo letterario, trame idonee, anziché abusare di quelle convenzionali inventate in diversi contesti temporali.

            E invece alla fine, in un solo momento, la bidimensionalità spaziale e temporale distruggeva i suoi limiti e ingigantiva assumendo dimensioni culturali straordinarie. Per frantumare il blocco nel campo non c’era che un modo: essere donchisciotteschi. Suárez si librava con una temerarietà inopinata e da una posizione rivoluzionaria spaccava le forme con una rabbia eslege. Assumeva involontariamente i connotati del prescelto attraverso un gesto animalesco e, in modo sacro, sanguinario. Per il tramite del morso improvviso ci si inabissava in un mondo sommerso: quella scarica di collera svelava i relitti di un inconscio che nel corso dell’esistenza aveva masticato e metabolizzato verità rigurgitate adesso grazie a una pulsione incivilizzabile. La corsa di Chiellini verso l’arbitro sembrava rappresentare le voci omologate di una società prona alla realtà dei fatti. Chiellini si svestiva, ed esponeva il dolore e la colpa, incarnando la posizione vittimaria di chi si sottrae alla responsabilità.

            L’Uruguay, in quel momento esatto, per me, aveva trionfato su infinite esistenze, altro che sui Mondiali.

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