Perciò veniamo bene nelle fotografie

Questa recensione è stata pubblicata su minima&moralia

di Alessandro GariglianoCopertina_-_Francesco_Targhetta_-_percio_veniamo_bene_nelle_fotografie

«D’un pianto solo mio non piango più» scriveva in una bellissima poesia Giuseppe Ungaretti a un certo punto della sua carriera. Non si capisce però bene cosa si intenda – qui e in genere – con solo mio. Se è vero, infatti, che piangersi addosso, ripiegarsi lamentosamente verso se stessi, alla lunga può suscitare noia o comunque monotonia – perfino sterilità –, è altrettanto vero che concentrarsi sulla propria, non dico identità, ma sulla singola complessa e complicata autobiografia, nell’arte, può essere la via maestra per solcare strade mai attraversate: per avventurarsi in percorsi inesplorati e, in modi autentici, cognitivi. La famigerata scrittura di sé può mostrarsi quale specchio di un periodo storico, di una generazione, specchio deformante, certo, ma proprio per questo rivelatore di verità.

Uno degli strepitosi esempi positivi di tale tipo di scrittura l’ho trovato nel libro di Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie. Romanzo in versi (Isbn Edizioni). Una biografia minima, misera, una storia ambientata a Padova e dintorni, popolata da una fauna versicolore che sprofonda nelle fogne quotidiane di feste con studenti fuori sede o peggio in tristissimi american bar gestiti da lenoni imprenditori. Si narrano i nostri tempi devastati: tempi così violentemente evidenti, così chiaramente leggibili, da sembrare, nelle cronache, inflazionati. Ma abusare, nelle narrazioni, di un periodo storico è letteralmente impossibile, a meno che non ci si inabissi nel conformismo più vile, nella piattezza interpretativa più vigliacca, nel mortifero punto di vista anonimo. Targhetta no: Targhetta racconta lo squallore che affrontano gli anti eroi contemporanei con suprema eleganza, facendo tra l’altro un uso dell’ironia – che non dirò sottile o raffinata – feroce: una lama puntata contro se stessi, una tortura. L’umiltà, perfino l’umiliazione, assurgono a forme poetiche preziose e sapienti. L’impegno intrapreso ogni giorno, la lotta impari contro il moloch del sistema, la fatica, la rassegnazione sempre in agguato; e dall’altro lato le semidivinità cui si affidano le proprie sorti supinamente (per il protagonista del libro la figura numinosa è un barone universitario, che deve decidere se assegnare o meno un dottorato, e nel frattempo invita il nostro mai prode eroe a convegni e presentazioni che sono prove epiche indecorosamente borghesi, prove, se posso permettermi un paradosso, invalidanti): alla fine restano soprattutto macerie.

Ma al cospetto della presente catastrofe il coraggio sta nell’ammissione della propria vergogna. La storia è invasa da una luce che riverbera senza ombre ciò che si è, con una trasparenza di quanto si prova e si vive che non ha paragoni, e che in questo romanzo tocca davvero vertici retorici: con versi che travestono di bellezza sgomento abissale, vuoto. Si ritmano i sensi di colpa cadenzando stranianti l’handicap di una cosmica precarietà, si srotolano versi coltissimi catturando dettagli che sembrano emblemi di lutto: è un rosario in loop di lamenti per una tragedia contemporanea che ha per protagonista un dolore smisurato, informe. Fino a denunciare, nel tentativo di scovare una causa, di stanare l’inciampo che non permette di inoltrarsi con dignità verso il perverso mondo sociale, la propria persona:

 La lotta non può essere vinta,

e il migliore risultato lo ottieni quando

riesci a evitare, alzando

muri di cinta, a evitare te stesso.

Lungo il romanzo in versi si miscela al fiume della storia principale una similitudine – storia che procede priva di intreccio, di coincidenze a orologeria, climax, o altre aberrazioni narratologiche. Il paragone è tra l’intera biografia sociale ed esistenziale del protagonista e uno dei momenti più epici della storia d’Italia: la Grande Guerra (materia del dottorato del narratore). La metafora è ovvia e spietata tra la débâcle quotidiana e la Caporetto di Cadorna, ma qui non esiste, e non è nemmeno pensabile, la redenzione tramite il riscatto della Vittorio Veneto di Diaz – con tutto lo strascico della retorica patriottica che ci si porta dietro da anni, come fosse l’esaltazione di un Falso Sé nazionale, per cui dopo l’inferno, con un colpo di reni, l’orgoglio di appartenenza allo Stato ricorda e rinsavisce reagendo e salvando almeno la dignità. E se invece fosse stato solo e sempre l’istinto di sopravvivenza ad averci portato un poco distante dagli abissi nei quali stavamo e stiamo, ciclicamente, per fare naufragio; e se diversamente dal passato, adesso non solo manca la forza – come testimonia questo romanzo – ma è anche scomparsa la volontà (o come direbbe Recalcati: il desiderio, l’inconscio), la voglia di alzarsi per poi ricadere: e si stia invece formando una nuova pulsione, più blanda ma feroce, erratica, che ambisce a cedere, cercando l’oblio, la morte, la vita uterina.

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