La responsabilità dei partiti e il sacrificio dei cittadini

Questo articolo è uscito su minima&moralia

di Alessandro Garigliano

Ho sentito spesso confondere la responsabilità con il sacrificio. La responsabilità che ognuno ha nei confronti  di se stesso consiste nella capacità di attuare il proprio desiderio, la più intima volontà personale. Significa riuscire a mettere in pratica parte di ciò che si è nel profondo, riportare alla luce pezzi di verità indistrutte.

Riuscirci vorrebbe dire essere arrivati a conoscere se stessi, come voleva Socrate. Conoscere se stessi è un imperativo morale vertiginoso e a tratti catastrofico. Ma se non ci si riconosce, se non si riesce a dissodarsi, rimuovendo gli ammassi di pietre che ostacolano il passaggio, nel tentativo (perché può trattarsi solo di un tentativo, così come lo soffriva Nievo: Voglio che la mia vita sia un tentativo, ma un forte, ostinato tentativo) di attingere alle radici di noi stessi, allora non sarà nemmeno possibile sapere ciò che si vuole, cosa ci identifica. Potrebbe essere infine questa la responsabilità dell’esistenza, la responsabilità tout court: incarnare il nostro desiderio e dare a esso concretezza, realizzarlo.

Il sacrificio, invece, credo abbia soprattutto a che fare con una perdita. Una rinuncia. Come se una forza morale dettasse la via, imponesse le regole del comportamento: il trionfo del dovere essere su ciò che si è. Capita a volte di annichilirsi o immolarsi per altruismo o per devozione.  Nel migliore dei casi si cede al compromesso per rispetto oppure si abdica a qualcosa in cui si crede per ottenere una mediazione in grado di permettere la convivenza. Nelle situazioni peggiori, invece, si dà fuoco alle proprie idee o, in extremis, alla propria persona perché la realtà contingente ha reso impossibile la pura sopravvivenza. Insomma, comunque vada, bisogna affrontare un lutto.

Metto in mostra questi flebili ed esigui cenni perché di recente, nella cronaca politica, la parola responsabilità ha allagato le bocche di ogni rappresentante del popolo. E non importa se il termine è stato usato da posizioni opposte e con strumentalizzazioni differenti e positive o negative. Quello che mi interessa, nella presente analisi, è che ho avuto l’impressione vi fosse un fraintendimento semantico e, secondo il mio modo di vedere, una grave distorsione politica.

Durante l’elezione del Presidente della Repubblica, ma anche mentre si svolgevano le consultazioni e ancora prima nei modi in cui le singole forze in campo si sono preparate alla formazione del governo, è stato messo in scena di continuo, in modo quasi ossessivo, uno psicodramma, nel quale l’epilogo era sempre lo stesso: l’invocazione della responsabilità. La responsabilità declinata però in forme improprie. Veniva imbracciata contro il mitologico salto nel buio, per esempio. Parlo, ça va sans dire, della posizione di alcuni (forse 101) del Partito Democratico e di tutto il Popolo della Libertà e di Scelta Civica che si sono schierati, con una paura manifesta, contro la possibilità di un’alleanza governativa tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, essendo considerato questo una forza ignota, incontrollabile, perfino caotica. Ma il Movimento 5 Stelle, di contro, brandiva la responsabilità in difesa ostinata del Paese, contro quelli che erano considerati morti viventi ovvero la vecchia classe politica che per vent’anni non aveva mai realizzato nessuna grande riforma; quindi diveniva responsabile chi non avrebbe mai più permesso la permanenza alla guida dei responsabili della paralisi. Il risultato di tanta responsabilità è stato, per quel che riguarda il Movimento 5 Stelle, l’asserragliarsi nella purezza aventiniana, per gli altri, invece, il ritorno alla stabilità contro il precipizio, l‘horror vacui.

Tutto questo sembra corrispondere perfettamente al disagio della Civiltà ipermoderna di cui parla con insistenza in molti suoi libri Massimo Recalcati. È come se nello scenario politico si fossero scontrate da un lato forze nevrotiche che, pur di non perdere il controllo, sono rimaste immobili, terrorizzate dalla paura che potessero verificarsi i desideri della maggioranza delle persone che, tra astensione, schede bianche e nulle e voto al Movimento 5 Stelle, hanno chiesto un cambiamento radicale, se non un azzeramento estremo di quanto si era visto da vent’anni a questa parte; forze nevrotiche che Eco chiamerebbe, in altro contesto, Integrati e che Recalcati definisce come coloro che, per conformismo, si pietrificano in una Identificazione solida con la realtà. E dall’altro lato, in opposizione a tutto, il Movimento che sceglie strategicamente la verginità autistica, l’autosufficienza di Narciso, l’omicidio di coloro che rappresentano i Padri; Eco, in questo caso, parlerebbe di Apocalittici.

Oggi, essendo difficile negare il mantenimento della status quo ante, riconoscendo la riproposizione sorda di schemi antichi ai vertici della macchina statale, è necessario denunciare il tradimento della responsabilità. Secondo quanto ho scritto sopra, la responsabilità, avrebbe dovuto trascinare in alto le volontà di ogni singola molecola partitica, nel tentativo eroico di trasformare in leggi i desideri dei cittadini. Ogni individuo politico avrebbe dovuto condividere i progetti migliori, i disegni rivoluzionari, anziché sacrificare le proprie ambizioni in un gioco di posizionamento tattico distruttivo. Essere responsabili non significa incenerire se stessi per accordarsi e disinnescare le rispettive energie. La responsabilità avrebbe dovuto intercettare i bisogni e farli fecondare, dando un senso al volere dei cittadini, dando forma al dolore di una Nazione, correndo i rischi dovuti, sporgendosi nell’abisso di chissà quali potenzialità.  Essere responsabili, maledizione, non è un sacrificio. Il sacrificio è la combustione di parti di sé sull’altare di pragmatismi ormai insostenibili, il sacrificio è la mortificazione di quello che siamo, schiacciati da un realismo oggettivo, ma mai inesorabile. Il sacrificio è un ricatto, un’imposizione violenta, è morte. La responsabilità è una scelta che ci ancora alla verità di quello che abissalmente siamo: è una ricerca di vita.

Quindi vorrei che adesso i politici non parlassero più di responsabilità, ma di morte. È questo il luogo in cui hanno scelto di vivere, in cui viviamo.

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