ELIO E LE STORIE TESE, LA CANZONE MONONOTA E L’UTOPIA DEL TESTO

Questo pezzo è uscito su minima&moralia

di Alessandro Garigliano

Elio parte da un rovello, liricamente parodico: la ricerca della complessità. La voce che canta si lambicca il cervello cercando di orchestrare un’opera che sia virtuosa, che insegua melodie composite nel tentativo di ottenere una composizione rarissima. Il tono dà senso a un sentimento patetico, velleitario, che ogni artista soffre da sempre. Ma poi arriva immancabile, puntuale l’intuizione: la scoperta della semplicità. E così in poche battute si è ritmato l’excursus dello stereotipo dell’ispirazione. Allora, nel momento in cui scopre la semplicità, l’uovo di Colombo che tutti covano, ma pochi partoriscono, il narratore musicale gorgheggia compiacimento. Finalmente qualcuno sembra avere acchiappato la chimera della verità. La verità, nel luogo comune, è quella cosa che solo il candore può rivelare, il fantasma del re nudo che solo i bambini con i loro sguardi puri sono riusciti a svestire. La verità è essenziale, si raggiunge sottraendo, levando, scavando, semplificando. E’ là, c’è, esiste, aspetta, basta trovarla bruciando la tortuosità di quello che siamo. Ed Elio la stana.

Ma la Canzone mononota che ha una sola nota, nel suo svolgersi, in realtà, si mostra tutt’altro che lineare. Immediatamente dopo averla scoperta, l’unica nota, si rivela infatti un crogiuolo di complessità, intanto può cambiare il ritmo ed essere, a comando, più o meno veloce, che è come dire, parlando di un’opera letteraria, che un testo può disequilibrarsi mutando stile, passando, che so, da un ritmo compassato, a uno concitato, da brevi e assertive frasi tacitiane a infiniti periodi proustiani, senza soluzione di continuità (non c’era bisogno nemmeno di dirlo). Puoi cambiare l’atmosfera, ovvero – il paragone è sempre letterario – descrivere una tempesta o un cimitero preromantico da Sturm und Drang e subito dopo presentare due eterni adolescenti on the road alquanto ubriachi. Puoi, incredibile dictu, cambiare il cantante. E passare il testimone ad altri, nel mondo umanistico, comporta un’azione rivoluzionaria purtroppo, credo, mai attuata: sostituire in corso d’opera il protagonista. Ricordo un film in cui scompariva l’interprete primario, Strade perdute, ma nemmeno un romanzo nel quale il personaggio principale sia evaporato smarrendo il suo ruolo e affidando ad altri la direzione della trama: il romanzo è monoteista.

La canzone procede gloriosa con trasformazioni luminose. Puoi cambiare l’argomento (come se fosse il genere: si potrebbe lanciare un incipit da thriller e inseguire scattanti la carogna e la pagina dopo distendere i muscoli tematici e digredire filosoficamente perdendosi per pagine e pagine sul senso della fuga e dell’inseguimento). Puoi mutare la lingua (quanto sarebbe strepitoso librarsi verso altre lingue durante un racconto, sfumando di innumerevoli significazioni lati emotivi, profili sociali eccetera eccetera). Puoi prenderti una pausa (lasciare fogli in bianco densi di significato, come in parte fece Laurence Sterne).

Avanzando vengono intonate sempre più trionfalmente le potenzialità del testo (del testo tout court) e della musica, si intrecciano dialoghi intertestuali (yes, I can repeat sempre testo) con gli antesignani della Canzone mononota, con i tentativi falliti, come se fosse un ipercitazionismo postmoderno.

E infine puoi far finta che sia finita. La canzone si ferma e il pubblico applaude la sospensione. Ma non solo non è conclusa e quella pausa sembra essere la parodia dentro la quale sprofondano tutti i ridicoli finali aperti della storia della letteratura – non ha niente a che vedere nemmeno con i supersignificanti finali che appaiono nei film oltre i titoli di coda, squadernando definitivamente il senso ultimo dell’opera vista. No, nella Canzone mononota il falso finale è in modo supremo e terso inutile, senza senso, quel nonsense che risucchia nel baratro, nel vuoto, da dove provengono, tutti i sensi. Ma, nello stesso tempo, nel dispiegare tramite metamorfosi il relativismo dei significati e, soprattutto, delle strutture riflette l’unica, insaziabile umana soffertissima ricerca sulla complessità di cose che non hanno origine né fine.

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