Minima Commedia Umana (3/3)

di Alessandro Garigliano

Ma se contro il corpo orchestrassi una vera imboscata? Se per non farlo mai più pisciare o cacare gli togliessi cibo e bevande e lo spedissi, come un infante punito, a letto a stomaco vuoto? Chi altri è un bambino se non questo corpo che ci è capitato, prepotente e dispettoso. Immaginarlo giacere a letto a digiuno è da un lato un piacere violento, una vendetta da Conte di Montecristo, ma dall’altro è anche un’opera pedagogica, direi, necessaria.  L’ora è scoccata, la riscossa della ragione sta per partire alla carica. Non è proprio possibile ancora accettare la sudditanza di quella parte dell’uomo che dovrebbe assumere essa l’autorità. Sono migliaia e migliaia di anni che riflettiamo noi stessi in modo complesso, almeno da quando parliamo. E non sono in grado di collocare nel tempo la data di nascita dei conflitti interiori. Ma so per certo che la parte raziocinante ne è sempre uscita sconfitta. Che da sempre nell’uomo la bestia, da cui scaturisce, ha vissuto tranquilla, cacciando, mangiando, scopando, accettando il corso naturale del cosmo. E che invece alla mente è sempre toccato il compito della mediazione, confliggendo per questo col corpo, che poi è essenzialmente parte integrante di sé.

Ora, io ci ho provato a conoscere fino in fondo me stesso, lo giuro, senza ottenere però nessun risultato. Quindi voglio adesso provare a ripartire da zero, a far sì che a decidere dentro di me non ci siano troppi fattori, ma uno soltanto, quello cosciente. Per questo ho pensato intanto di debilitare ogni parte del corpo incontrollabile. Ma la privazione del cibo non basta, saprei che avrebbe comunque un ristoro, che potrebbe trovare nel sonno una forza rigenerante, capace di radunare le energie del potentissimo istinto per ristabilire il consueto equilibrio e imporre di nuovo il comando assoluto. No, non posso accontentarmi di lenire solo il vigore di un corpo nutrito, al punto in cui sono, dovrei – devo! Ne sono quasi costretto per le sofferenze patite in tutti questi anni – renderlo imbelle, succhiargli senza pietà equilibrio e controllo. Ho in mente in sostanza di tenerlo desto per più tempo possibile, di inoculargli un’insonnia inumana fino a una tortura da Inquisizione. A essere intaccati saranno così non solo gli arti e tutte le fibre che sostanziano il fisico, ma anche le funzioni impalpabili: l’umore, il carattere. A quel punto, sono convinto, il raziocinio potrà muoversi libero, i condizionamenti irriflessi non avranno influenze sulla volontà del pensiero: un corpo incantato e un’intelligenza onnipotente. La mente che scarta da un corpo sfibrato, i pensieri che tracciano cattedrali eteree in un paesaggio lucente, che pianificano futuri incrollabili erigendo fondamenta a prova di terremoto, controllando i dettagli, prevedendo le contromisure. Questa sì che sarebbe un’esistenza veramente arbitraria, ovvero dotata di scelta.

Certo, però, che anche la ragione è capace di errare. Ho costruito un’impalcatura usando il sapone (in realtà non mi riesce di credere che la sola ragione abbia potuto commettere un simile errore, mi viene il sospetto che il corpo abbia varcato il confine – dico quella porzione di corpo che alloggia dentro la mente -, e che abbia ancora una volta oltrepassato la frontiera che purtroppo non segna una separazione tra due luoghi distinti, ma si condensa ed evapora sfumando tra territori nemici. Ho l’impressione che in qualche maniera il corpo abbia assediato la parte che non gli compete e abbia corrotto, o comunque deviato, l’idea razionale esposta qui sopra. Riesco perfino a pensare – a tal punto patisco i complessi d’inferiorità sviluppatisi in tutti questi anni – che il piano suddetto sia integralmente opera del fisico, di questa mia struttura selvaggia, ma ovviamente non posso sapere per quale motivo recondito, per quale passione infernale). Ragionavo dunque sull’errore fatale: al pensiero dovrebbe seguire l’azione, ma un corpo privo di sonno e di cibo, è un corpo inchiodato nel letto: sarei libero sì, ma paralizzato. Conquistare il dominio del corpo comporta una frustrazione ancora maggiore. Se prima non potevo decidere niente, adesso posso pure decidere, ma tutto quello che ho progettato non lo posso mettere in atto.

Dovrei trovare un sistema perché questo corpo risorga da Lazzaro, dovrei allenarmi affinché la ragione possa essere in grado, come fosse figlia di Dio, di rimettere in piedi un corpo tabula rasa, compiendo il miracolo di generare un uomo nuovo davvero. Un uomo all’interno del quale non ci siano tempi passati ancora viventi né crogiuoli di spinte contrarie apprese in chissà quale momento. Un uomo in cui il filtro che interpreta quello che vive e vede, e che sente, sia regolato da un’intelligenza matura: un Uomo (risorto!) che vuole quello che può, e non si domandi di più.

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One thought on “Minima Commedia Umana (3/3)

  1. L’isolamento, la monotonia dei prati delle Alpi, gli inverni che non finiscono mai e le consistenti dosi di grappa che si è soliti trangugiare a queste latitudini, tante volte producono effetti strani.

    Ho parecchi amici e conoscenti che si sono posti più o meno il problema che hai tirato fuori tu in questo trittico. Hanno variato abitudini, diete e regimi di vita per fare, in un modo o nell’altro, a pugni con il proprio corpo, per cercare una sorta di rivalsa della mente o dello spirito su ossa, collageni e mucose varie.

    Non uno ne è uscito vincitore.

    Ho un amico che aveva smesso di dormire più dello stretto necessario. Giuro. E quando dico più dello stretto necessario, intendo massimo quarantacinque minuti a notte. Di solito lo vedevi con un’espressione estatica in viso. Farfugliava. Poi, come spesso succede, dopo mesi di consunzione, si lasciato salvare la vita da una ragazza arrivata al momento giusto.

    Che dire di quell’altro che si è inventato una dieta a base di argilla minerale sciolta nell’acqua? E’ finito al pronto soccorso per farsi asportare un tappo di cemento che gli si era formato nel culo.

    Un terzo pretendeva di farsi togliere preventivamente l’appendice, perché questa avrebbe, forse, in futuro, potuto causargli delle scocciature.

    Altri ancora spingono il fisico all’estremo con l’alpinismo, sottoponendosi a marce degne della ritirata in Russia.
    O calandosi nudi come vermi in buche scavate a picconate nel ghiaccio dei fiumi, per ritemprarsi.

    C’è chi va a caccia di valanghe. Guadagna una cima immacolata e poi si mette a urlare contro il suo stesso eco. Poi aspetta il muro bianco che gli piomba addosso con la stessa calma con cui io aspetto il tram alla fermata.

    Un tale una volta, parlando di un edema polmonare che lo colpì a quattromila metri di altezza, mi disse che in fondo la sensazione che provò non fu così pessima. ‘Annegare in cima a una montagna’, mi disse. ‘E’ da provare.’

    Questo per dirti due cose.
    La prima, è che ciò che hai scritto mi tocca da vicino.
    La seconda, è che se vuoi approfondire, dovresti seriamente prendere in considerazione l’idea di farti un giro da queste parti.

    E’ un pezzo molto bello.

    Non credo di avere una soluzione a portata di mano.
    Faccio come fanno quasi tutti. Non sono litigioso con il mio corpo. Lo ignoro quando non mi pone problemi e lo prendo in considerazione quando fa i capricci. Ci capita pure di andare d’accordo, per qualche periodo. A volte mi regala belle sensazioni. Quando rimedio un pompino fatto per bene, per esempio. O quando mi scolo una bottiglia di vino buono. O quando faccio un bel bagno bollente in una piscina termale. Eccezionalmente, le tre cose possono verificarsi anche insieme. Allora voglio davvero bene alla mia carcassa.

    Consiglio di lettura, parlando di quella faccenda dell’Alzheimer.
    Un fumetto che si intitola Rughe ed è stato scritto e disegnato da uno spagnolo che si chiama Paco Roca. In italia, mi pare, uscito per Tunuè. Sono le pagine più belle che ho mai letto sull’argomento.

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