Minima Commedia Umana (2/3)

di Alessandro Garigliano

Vado a letto e non dormo, mi rigiro, mi avvito, conto le pecore, ma il sonno mi sfugge. Domani sarà una giornata campale, ho stremato anche oggi a dovere il mio corpo, e adesso dovrei ristorarmi, contattare l’oblio che rigenera per sei, sette ore, e domani rinascere. Eppure me ne sto tra le coperte stazzonate a vegliare. L’insonnia, che trascende la mente, domina e frantuma tutto ciò che appartiene a se stessa: il fisico contro il fisico si comporta da lupo!

Il racconto dello scontro tra me e il corpo potrebbe davvero non esaurirsi mai. Questo che fosse anche smilzo sarebbe comunque un corpaccione – nell’accezione che indica una struttura fisica ottusa -, lo subisco come un esoscheletro che ingombra, soffoca, e agisce con una sorta d’indifferenza sublime. Sembra d’istinto essere una fibra (un fibroma!) dell’universo, seguire ignaro i movimenti primordiali ed eterni della Natura. Lo scarto tra me che ragiono e pondero e il resto che mi completa è spaventoso anche nella sua dimensione temporale: io che vorrei, che mi arrabatto e corro ed esso che esiste come fosse sempre esistito, come fosse partecipe del centro della terra e della sua nascita.

Ma la cosa che umilia e mortifica è la nostra fusione, il pensare che adesso che ho l’impressione di scrivere quello che scrivo razionalmente, è invece opera di entrambe le parti. Se non avessi avuto l’umore di un’ispirazione eccitante probabilmente non avrei scritto nemmeno una sola parola. E a questo proposito non so mai cosa pensare quando sento e vedo, cercando d’ignorarle, silhouette di umani dire con superficialità che al risveglio li ha presi il buono o il cattivo umore del giorno. Ma com’è possibile fare finta di non essere schiavi? Resterà per il resto dei miei giorni paradisiaco osservare coloro che, non so se sopportano o trattano oppure non ne sono nemmeno coscienti, vivono senza decidere, in assoluta balia dell’umore incostante, pur credendo di avere quasi del tutto il comando della situazione. Qualcuno dirà: Le bestie non hanno il controllo sopra se stesse! E invece gli umani? E’ risaputo che se soffochi un impulso, se rimuovi, ti ritrovi, in un batter di ali, un’eruzione di fisico pronta a esplodere in qualsiasi momento da qualche parte diversa. E’ troppo noto per riportarlo il meccanismo della rimozione, che fine faccia la coscienza che cerca di ribellarsi, si sa. Però posso aggiungere invece – per accatastare lagnanze su lagnanze contro l’irredimibile fisico – un’altra lezione di uno psicoanalista famoso che ho letto da poco: da una medesima causa, sostiene quel luminare, possono scaturire effetti contrari. Tutto qui. La tragedia non ha bisogno di molte parole. Se a un figlio, tanto per rendere plastico il dramma, date molto latte, potreste allevare l’uomo più cattivo del mondo, ma anche il più buono. Quindi non solo chi nascerà buono o cattivo non è consapevole della scelta che ha fatto, ma nemmeno la Pedagogia, disciplina razionale dell’umanità che tenta di opporsi al disordine insito in ogni individuo, può contenere e comprendere del tutto l’inferno del cucciolo d’uomo. Ah, il fisico, questa congestione proteiforme di muscoli, arti, psiche, carattere, umore, questo, per altri versi, monolite inscalfibile, mi tradisce da sempre.

Più mi batto, più colpisco, e maggiormente risalta la parte umoristica dello scontro perpetuo. Prendo ad esempio, che so, un Ministro della Repubblica con il Morbo di Crohn, cerco di leggere i sintomi: una patologia infiammatoria che incendia il tratto gastrointestinale senza neppure avvisarti. Insomma, potrebbe anche essere a un incontro più o meno protocollare con il Capo dello Stato e trovarsi senza nemmeno la possibilità di scuse formali a strisciare con la massima celerità verso il cesso meno lontano. Cosa causa il Morbo di Crohn? Chi se l’è meritato? E’ possibile sia una malattia psicosomatica, ma anche genetica, o che abbiano influito i fattori ambientali; ma la questione è: quando e perché è avvenuto il colpo di stato che ha portato i visceri a instaurare un regime dittatoriale su un misero essere?

Ora, che sia uno scontro umoristico o una lotta drammatica o tragica, che sia… o che non sia oppure niente di tutto questo per il fatto che a lamentarmi sono solo io, la mia parte cosciente, che si scaglia contro qualcosa che semplicemente segue il suo corso, che si modifica durante un’intera esistenza incosciente, che attraversa anche il tempo – con la senilità o l’Alzheimer si catapulta dalla vecchiaia all’infanzia in un modo che nemmeno la letteratura sperimentale saprebbe rappresentare con la medesima immediatezza -, che devasta e umilia una vita come fosse una calamità naturale. Ma allora che senso ha battersi contro questo corpo inumano, che senso ha, che senso ha, che senso può avere provare a porre un controllo, come se l’uomo potesse arrestare sequenze di onde sismiche che inghiottono intere metropoli, come se potesse, il superbo erede degli scimpanzé, invocare la pioggia o estinguere eruzioni di vulcani esplosivi (tra l’altro capaci di autodistruggersi). Ma io, refrigerando la mente, voglio dire che ho iniziato tutto questo discorso per analizzare proprio l’assenza di senso, perché è questo l’unico senso che siamo. E non cerco più pace.

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