Minima Commedia Umana (1/3)

di Alessandro Garigliano

Corpo, tu mi tradisci. Tu sei meschino, brutale, immutabile. Sono anni che ti odio, che monologando (tecnicamente sarebbe un soliloquio, non essendoci stato per fortuna nessuno spettatore), corpo, io ti frustro, a te impassibile, ti denuncio come mio limite. Tu sei il mio limite, la mia croce. Senza di te chissà dove sarei, che conquiste avrei fatto, avrei liberato ambizioni, mi sarei scelto la vita. Ma tu corpo ti opponi, fai resistenza passiva. Perché tu non sei solo arti e organi e muscoli e tutto quello che rimane di fisico, di volontario e di involontario, tu sei anche altro… e intanto vorrei  dire che di volontario tu non hai un bel niente, e questo è il punto. Il punto è che non sei controllabile, che non ti si può comandare, non si può decidere cosa farti fare e cosa non fare. L’esempio più chiaro è quello dei muscoli, i muscoli volontari. Certo che posso contrarli e distenderli, lo posso fare anche decine di volte. Ma per quanto tempo è possibile? Fino a quale livello di tensione posso riuscire a contrarre un bicipite? La sostenibilità dei pesi che sollevo è pur sempre limitata, per quanto possa allenarmi, insomma, non riuscirò mai a sollevare la luna.

Tu sei anche altro, sostenevo qui sopra. Perché tu non sei solo braccia e gambe o ossa facciali, sei anche carattere, psicologia, codice genetico, cose che per quanto invisibili, restano fenomeni rigidi, vera materia. Ho provato migliaia di volte nel corso di questa esistenza a ribellarmi, ho provato a forzare la mano, a coartare il carattere, a imporre le scelte, ma sono sempre tornato là dove ero partito: un passo avanti e cento a macchina indietro. E in verità, in verità, se devo scavarmi più a fondo in modo spietato, contro le suddette parti di fisico, invisibili, sì, ma esiziali, non ho mai potuto ingaggiare nemmeno una guerra totale, non ho mai potuto concentrarmi a studiare una strategia dirompente allo scopo di piegare per sempre questi umori installati chissà per quale motivo e in che tempo senza consenso. No, mio corpo ignorato, nel frattempo, le tue porzioni ordinarie, le unghie, i denti, la barba mi hanno di continuo distolto da una tale battaglia per segnalarmi, con petulanza, le proprie esigenze: quante volte ho creduto di non dovermi rasare per forza? Il problema, pensavo all’inizio, nell’adolescenza, sarà sostenere l’occhio sociale senza abbassare  la testa, sarà frequentare la gente perbene con peli di barba lunghissima senza imbarazzo, ma qui sta l’equivoco. Controllare il proprio imbarazzo, affrontare in modo egocentrico chi ci sta intorno, è questione di mente, è lei che decide. Ma sulla mente non ho nessuna obiezione, anzi, la mente è la mia paladina, la ragione si muove sicura, può scegliere a freddo cosa è giusto o sbagliato. Il problema per il quale mi dolgo è il fisico, il cagionevole fisico. Il fisico è un soggetto che è esposto alle malattie più terribili, la barba incolta per mesi, infatti, ha causato sulla mia faccia decine di brufoli, una vera e propria infezione. Può sembrare banale, ma ho riportato soltanto una spia di quello che il fisico è capace, anzi incapace, di fare. Ho centinaia di casi simili a questo da potere narrare. I denti che per quanto li lavi e li coccoli come fossero figli si ammalano di carie e si sbriciolano come fossero croste di pane, per esempio. Ci si nasce con le arcate dentarie sbilenche, non lo abbiamo deciso e non possiamo porvi rimedio da soli, abbiamo bisogno di un medico e di mostruosi apparati meccanici. Ora non voglio elencare tutta la sfilza di malattie che ammorbano il corpo, agli occhi, negli organi interni, perfino nel sangue e finanche la testa.

La testa. La testa, se posso permettermi un chiarimento, possiede due parti, la parte che amo e che voglio, che è quella mentale, sinonimo di razionale, sì insomma la parte che prende le scelte – quelle rare volte che il corpo glielo permette -, e l’altra parte, quella che, pur risiedendo nel capo, cova i fenomeni rigidi cui accennavo più sopra e, come il resto del corpo, non gode di libero arbitrio, ma è schiava.

Quindi, riprendendo il discorso, le malattie che attecchiscono contro la testa sono, a differenze delle altre, vigliacche, perfide, subdole, perché debilitano anche la parte che vorrebbe correggerle, riordinare le idee, riportando l’insieme a uno stato decente. Sono convinto che la schizofrenia non sia altro che questo: la separazione e lo scontro di ciò che vogliamo da ciò che siamo e possiamo. Ma una volta che la testa pensante è compromessa, non si torna più indietro, non si è più capaci di analisi, di quel dominio che, per quanto minuscolo, avevamo sul corpo. E allora bisognerebbe andare negli ospedali psichiatrici e nelle comunità, in ogni istituto che ospita pazienti affetti da malori mentali, e avere presente che quei corpi insulsi che deambulano nei corridoi, e gridano amorfi dentro le stanze, quelli, dico, sono la perfetta immagine che si dovrebbe avere del corpo senza controllo. Quando incoscienti si predica di liberare la mente da ogni contegno, lasciando che le passioni travolgano l’intera persona, è come se si predicasse di liberare all’interno di un asilo nido bestie feroci. L’inconscio e gli istinti hanno bisogno di guida, il ruolo mortificante, ma al contempo obbligato, che svolge la mente che riflette e ragiona e avrebbe voglia di scegliere – se non fosse limitata dal fisico che le è capitato – è quello di porre un argine a queste correnti carsiche che s’immergono ed emergono nel nostro limitatissimo corpo. Alla mente l’ingrato compito di mediare e assecondare, tirando e rilasciando sui diritti e i doveri del corpo. Ah, la mente. Se fosse libera, se non avesse il rigido peso che àncora, se potesse concretizzare i progetti che crea, se non avesse bisogni, e potesse dar luogo a ogni scelta che pondera, ah, la mente, se potesse sognare.

Ma i sogni reali, in cosa consistono? Di cosa si parla? I sogni, ora ho capito, sono lo stato d’assedio che il corpo ha ingaggiato contro la mente. Il sonno, che è la forma più alta creata dal fisico, si impone e fa crollare il corpo sul letto, in modo fatale. Non lo dico per scherzo, per fatale intendo proprio la forza che regna sopra gli dei, il fato che senza controllo governa il tempo e nel tempo: chi può godere d’insonnia totale? Chi può vivere senza riposo? Qualcuno riesce a vantarsi di riuscire a chiudere gli occhi per tre quattro ore per giorno, ma è comunque un cedimento obbligato, è un limite da cui nessuno può liberarsi; perché, ora dico, non possiamo godere delle intere ventiquattro ore del tempo? Eppure a nessuno è mai successo – se non come tortura. Ed è inutile pontificare che il tempo è già abbastanza quello che usiamo, che ci annoiamo non poco, va bene, sono d’accordo, ma se qualcuno volesse vivere in modo più intenso, ci sono geni, per esempio, che hanno scoperto tantissimo ma avrebbero fatto di più se solo non avessero avuto il vincolo di un corpo a riposo. E invece non solo si è costretti al riposo, ma, mentre si dorme, tutto ciò che d’incontrollabile di giorno è stato nascosto, di notte, quando la mente abbassa la guardia, riemerge e sposta e condensa, incomprensibile ai più, le verità che il corpo ha prodotto.

Non dico di no, potrebbe anche esserci colui che riesce ad armonizzare le diverse esigenze. Ci sarà. Sia allora beato chi tollera un tale equilibrio: chi non solo ha capito decodificandoli i propri impulsi vitali e ha chinato la testa in rassegnazione accettando e percorrendo la propria esistenza da saggio. Io, no, non l’ho ancora capito, ancora prima di potere accettare i dettami del fisico. Sono sceso in battaglia da tempo per costruirmi la vita che avevo sognato, e sono stato sconfitto. Avrei voluto trascorrere molto tempo di meno a espletare le esigenze biologiche ignobili, e sono finito dal proctologo. Avrei voluto dormire di meno e impegnarmi di più per gli obiettivi sui quali la mente aveva puntato, e ho avuto bisogno dello psicologo. Avrei voluto espormi di più di quanto la mia timidezza avesse deciso e inalberare un egoismo maggiore nei momenti importanti, ignorando i bisogni degli altri. Avrei voluto avere uno scontro diretto con la paura affrontandola come fosse un nemico di carne, e vincerla procedendo come un ariete. Se solo avessi potuto decidere analizzando lucidamente i dati che avevo davanti; se solo non mi fosse mancata la scelta nel momento opportuno, nel momento in cui invece sono stato costretto a mettere d’accordo me con me stesso lasciando che il treno su cui avrei dovuto saltare passasse senza ritorno; insomma se solo i passati, quello vissuto da piccolo e quello che mi aveva segnato già prima di nascere, mi avessero lasciato libero di vivere come volevo, allora sì che avrei avuto una vita, invece della guerra perpetua.

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