Balulalow

di Alessandra Lisini

Lucy: Ecco, l’hanno fatto di nuovo!
Charlie Brown: Cosa?
Lucy: Alla radio mandano i pezzi in onda e non dicono mai il titolo!
Charlie Brown: Era l’inno nazionale.
(Charles Schulz)

Ascolto una trasmissione parlata, con rari intermezzi musicali; sono nel pieno del mio periodo folk boreale e qualunque cosa impieghi arpe, percussioni scandinave, scale celtiche riscuote il mio interesse. Così appena sento le prime note del brano ululo tra me e me perché sono in macchina coi finestrini aperti, arraffo il primo pezzo di carta a disposizione e tento di scriverne almeno dei brandelli.

Quando succede, o si è certi  che il sito internet riporti la scaletta musicale degli intermezzi della trasmissione oppure  si raccatta un pezzo di carta e si trascrivono pezzi di testo, possibilmente versi interi e poi parole significative qua e là. Perché non sempre le redazioni si ricordano di mettere tutte le canzoni del palinsesto sui siti. E non sempre sono così gentili da rispondere alle tue email.

[Quando non c’era internet non mi ricordo come si facesse, forse si faceva lo stesso e si chiedeva a qualche amico saputo o si telefonava alla radio].

Poi si mette tutto su google, infilandoci le parole meno consuete e si spera che qualche http://www.lyricssomething.com riveli il mistero.

Così quando sento:

Le madri hanno intessuto un oceano di nero velluto
e l’hanno disteso tra la riva della notte e la riva del giorno

per me è chiarissimo: canto celtico di argomento marinaro, probabilmente funebre. Mi attendo quindi marinai morti o tempeste, però la canzone rimane sul metaforico e mentre lotto per raggiungere la penna nel cassetto del cruscotto, la musica e le parole vanno avanti e me le  perdo fino ad arrivare a

possa scivolare dolcemente cullato dal moto delle onde
dentro navi costruite dai padri, come le vostre.

Alla seconda strofa, che per fortuna si ripete, riesco a scrivere tutti i versi:

Non possiamo salpare con te
Essere lì a guidarti
o condurre la tua nave nel buio della notte
ma nessun oceano ti può trattenere
nessuna oscurità nasconderti
lontano dal nostro amore e dalla sua luce immortale

Ho trovato la canzone, l’ho riascoltata. Col vichingo ci avevo preso, perché la cantante era Silje Nergaard, norvegese*. Ma il canto non era tradizionale, era il testo di un autore scozzese su musica lineare, di matrice popolare, come una semplice ninna nanna. Lullaby to Erle, per niente funebre, il figlio della Nergaard viene campionato e vi rumoreggia neonato e scandinavo; Erle non dorme e se fosse per lui non farebbe dormire nessuno nel raggio di venti miglia marine. Alcuni errori di trascrizione (slip/sleep) o di interpretazione (Yours/Yours) mi hanno fuorviato nell’interpretazione, ma ancora oggi, caduta l’ipotesi  folk e funebre, credo di non essermi sbagliata del tutto.
Questa canzone mi torna infatti in mente qualche anno dopo, mentre leggo i libri di Philip Forrest, lo scrittore che da anni racconta della propria figlia morta a tre anni d’età. Il ricordo gravoso non si replica mai identico, ma sempre più complesso; a volte la scrittura diventa romanzo autobiografico, a volte si fa inserto di prosa saggistica su altri romanzi altri bambini morti, altri padri o madri. Ogni volta la stessa morte è diversa, trasfigurata. Philippe Forest attira il lettore non solo con l’imbroglio della scrittura, ma con la consapevolezza dolorosa che il tema è coinvolgente per tutti, anche per chi non ha provato. È che i bambini sono i naturali protagonisti dell’orrore e degli appuntamenti con la morte, sono gli eletti nelle storie di paura, nelle fiabe e nelle canzoncine, vittime delle fobie più terribili. E siccome il pop è nipote del folk, questo è chiaro, al limite del didascalico, nelle storie di Stephen King e di Shyamalan;  lo sbatte in faccia ai due intervistatori del censimento sui comportamenti sessuali americani  il sessuomane che in “Sex – Il rapporto Kinsey” lascia sfuggire il motivo della sua pedofilia, nello stupore orripilato dei due scienziati: “Avete mai visto l’orgasmo di un bambino?”. Ai bambini e alle nostre narrazioni che li raffigurano sul baratro penso ancora oggi ascoltando If on a winter’s night: mi imbatto in due ninne nanne che nate per calmare un bambino insonne o uno pauroso, scelgono la dolcezza della musica e lo scenario d’orrore delle parole o dei semitoni. La musica dell’orrore inquieta, il suono dell’orrore è racchiuso in quell’”humming”, in quelle emme ed enne geminate e ripetute nei nomi “ninna nanna” vengono richiamati i mostri e la paura, come in sardo è tutta sonora la paura di chi esclama il rituale oiamommia e di chi paventa l’avvento del mommotti. L’orrore esplode perché affiancato dal suono semplice, lineare e innocente, come le filastrocche o le musiche da carillon dei film horror di serie A e B e alla non complessità dei destinatari. Nelle parole di Balulalow**, sostantivo ecolalico, si nasconde la tenerezza fantastica di una ninna nanna a Gesù Bambino. Ma con quel nome da cane degli inferi, e quell’ humming che nella versione di Sting diventa vero e proprio ululato, come non pensare al peggio anche quando si dice “ninna nanna”? Bambino, gli dicono, ora dormi, fai allenamento. Non avere paura perché è dormendo che ci si prepara alle cose ultime, molla l’ancora, veleggia, abbandonati. Facci vedere che ci riesci, se vediamo te che ti abbandoni, se riusciamo a vedere te che dormi, superi la paura e domani ritorni, forse, ce la possiamo fare anche noi.


We cannot sail with you
be there to guide you
or pilot your boat through the black of the night
but no ocean can keep you
no darkness can hide you
away from our love and its undying light

*cantante pop norvegese; più o meno in contemporanea all’incontro con Pat Metheny ha preso strade più jazzy
**scozzese per “lullaby”, “ninna nanna”

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