Alessandro D’Alatri, Sul Mare

di Nicola Nociforo

Si tratta della storia di Salvatore, giovane barcaiolo per turisti dell’isola di Ventotene. Forse per questo ho scelto di parlarne su Liotroblog. So della passione di Alessandro Garigliano per un altro, ben più leggendario e importante barcaiolo, lo ‘Ndria Cambrìa di Horcynus Orca. Certo, nessun paragone. Una libera associazione, con tutto quello che sappiamo può evocare il pensiero nel suo libero associare, navigando per i mari della mente.

Salvatore, a differenza di ‘Ndria Cambrìa, non torna da una tragica guerra. Non c’è il dolore del nostos, nessuna nekuia, nessun passaggio dagli inferi. Salvatore vive senza sapere di vivere. Lui è pieno di amore, è piena vitalità. Gli inferi sono già intorno a lui. Stanno lì, insieme all’amore degli amici e della madre, nei giochi a premio e nella sfiducia di un padre e di un Paese che hanno abolito qualsiasi rapporto con se stessi, con i propri sogni e i propri mostri, crocifiggendo ancora una volta il Salvatore.

Anzi, questa volta nessuna crocifissione. Non c’è neanche la responsabilità dell’odio che uccide. C’è un’inerzia, c’è un lasciar cadere, un’indifferenza: le forme più subdole di attacco all’amore, al futuro. Salvatore muore all’inizio del film cadendo dall’impalcatura di un palazzo in ristrutturazione dove lavora da muratore durante la stagione invernale. Il film consiste nel racconto della propria vita nei pochi attimi che lo separano dalla morte.

Devo avvisare il lettore che non lo abbia ancora visto e che appartenga alla schiera di quelli che non intendono sapere niente di un film prima di vederlo che è meglio che si fermi qui.

Salvatore, dicevo, muore cadendo dall’impalcatura di un palazzo in ristrutturazione. Strana sorte per lui che, degno del proprio nome, aveva salvato dal rischio di una stessa morte un compagno africano. Ma Salvatore se lo sentiva che sarebbe successo qualcosa, e in effetti da qualche tempo, da quando il suo amore lo aveva lasciato, aveva sviluppato uno strano sintomo: gli succedeva di dimenticarsi come si cammina, non sapeva più come usare le gambe.

Si era innamorato per la prima volta nella sua vita di Martina, una delle giovani turiste dell’isola. Martina è bella e appassionata. Non è una delle tante turiste che cercano solo svago e intrattenimento. Lei ama l’apnea, vuole essere portata alle anfore, nel luogo dei resti, delle antiche origini. Ma Martina ha la psoriasi: la malattia del pensiero delle cose che non accadono. Purtroppo, però, le cose tragiche sono già accadute e la malattia di Martina non può più evitarle: suo padre, giornalista, è morto nell’esplosione di una bomba di mafia. La pelle lacera di Martina sembra così rappresentare la lacerazione drammatica degli uomini e delle donne appassionate, dei figli di questo Paese dilaniato, esploso. La malattia dei pensieri delle cose che non accadono parla del desiderio di tornare indietro, come in un rewind cinematografico, di fare che la tragedia non sia accaduta. Ma testimonia al tempo stesso la lacerazione che c’è stata, il Paese che è esploso, caduto, i padri benevoli uccisi ed i figli che cadono dalle loro braccia, come Salvatore.

La pelle è la delicata membrana che separa e mette in comunicazione l’interno e l’esterno, stabilendo una differenza e quindi la possibilità di una relazione. La pelle è la funzione basica di un corpo che pensa, che tocca e vive. Il corpo lacerato del nostro Paese non stabilisce più differenze, non ordina e non dirime, non sussulta e non riceve, in un caos in cui le passioni non trasudano nei pensieri ma esplodono nelle angherie dei potenti o vengono soffocate nel nascere dall’omertà, dal silenzio che nasconde i pensieri, che teme il cambiamento.

Martina è la giovane donna dilaniata che soffre. Martina è l’Italia.

Martina che si innamora di Salvatore, ma non riesce a lasciarsi andare al suo amore. E’ diffidente, indecisa e, una volta partita, sparirà. E’ a questo punto che Salvatore si dimentica come si cammina, cadendo in uno stato depressivo che gli impedisce di lavorare. E cade, cade, finché Martina non tornerà, chiedendogli di salvarla, ma per lasciarlo di nuovo. E mentre Martina se ne va, il padre di Salvatore, amante dei quiz a premi, ammonisce il figlio innamorato e sofferente. Gli dice che: Se è capace di fottersi quella è pure capace di andare a lavorare. Così Salvatore torna ad ammalarsi. Si dimentica di nuovo come si cammina.

Salvatore e Martina sono la coppia di amanti violentata da un Paese che ha ucciso i padri, e ora uccide i figli.

C’è una scena molto intensa e per me molto significativa del film che mi ha fatto notare una cara amica. Mentre Salvatore e Martina provano a immaginare il proprio futuro sul tetto del palazzo dove il ragazzo aveva salvato il compagno africano, si intravede una bandiera italiana lacera, come la pelle di Martina.

Continuiamo a vedere la pelle lacerata dei nostri figli e delle nostre bandiere rimanendo impassibili, difendendoci dietro il pensiero delle cose che non accadono. Quello di cui dovevamo avere paura, invece, è già accaduto. Le bombe e il pensiero mafioso che ci pervadono hanno lacerato la speranza nel futuro, hanno tolto l’impalcatura ai figli, alle giovani coppie di amanti, alla possibilità di ritrovare padri e madri integri da potere amare dentro di sé per portarne avanti il progetto vitale.

L’esplosione c’è già stata. Adesso possiamo solo rimanere silenti e morire da morti, o capire che non c’è alternativa alla rivoluzione. C’è un Paese dilaniato che andrebbe ricomposto con pietà. E’ questa la rivoluzione che ci chiedono i nostri figli abbandonati.

E’ questo che ci chiede Salvatore, figlio abbandonato che si dimentica come si cammina. C’è tutto in quella dimenticanza. C’è la voglia di rinascere, come dice lui stesso. C’è l’amore per Martina, così amata da diventare letteralmente una parte del suo corpo. L’amore per Martina è nelle gambe di Salvatore, è le sue stesse gambe, ma se si vive in un Paese in cui l’amore è degradato al fottere, quando Martina va via Salvatore è fottuto: perde le gambe, perde tutto.

Ho pensato ad una delle frasi che lessi durante un grande corteo in memoria delle vittime delle bombe mafiose a Palermo. C’era scritto: Le vostre idee cammineranno sulle nostre gambe.

C’è bisogno di gambe per portare i padri, le madri e le loro idee. Ma per andare avanti e oltre, nella strada che hanno tracciato, c’è bisogno di fare i conti con quei padri che continuano a confondere amore e fottere, e con noi stessi, genitori indifferenti.

Sono d’accordo con Giorgio Vasta che nel presentare a Catania qualche tempo fa il suo Il tempo materiale ha collegato i problemi odierni dell’Italia alla tragedia di piazzale Loreto, all’uccisione di Benito Mussolini e dell’amante e alla scelta di lasciarli a testa in giù. Appesi per le gambe. Il giorno prima l’Italia era un Paese fascista, il giorno dopo non lo era più.

Io credo che bisogna rimettere i piedi per terra, che bisogna restituire con pietà le gambe al tiranno. C’è bisogno di passione e pietà per fare i conti con il nostro passato, con quello antico e con quello più recente. La nostra rivoluzione sarà quella, se ne sapremo soffrire il dolore, di riprenderci le nostre gambe, di rimetterci sui piedi della nostra storia, assumendoci il dolore del dolore che abbiamo causato, la responsabilità del nostro essere e creare tiranni. Non c’è miracolo che possa eludere i bastioni delle tragedie che hanno fatto la storia di questo Paese. C’è solo la faticosa possibilità di immergerci nei fondali delle nostre origini, provando a rimettere insieme i cocci, i cadaveri, le memorie, il pianto, gli affetti.

Sul Mare di Alessandro D’Alatri mi è sembrato un grido di disperazione, un appello accorato ad aprire gli occhi, a svegliarci, a guardare ai nostri figli e al loro dolore di fronte a un futuro senza impalcature né reti, che continua a cadere negli abissi dell’illusione che tanto niente sia mai accaduto e che tutto si possa superare senza dolore.

E invece c’è da stare lì, sotto l’impalcatura, giorno dopo giorno, a salvare Salvatore, reggergli l’impalcatura, le gambe, il futuro, e l’amore. Come un altro leggendario personaggio del mare. Come Colapesce.

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One thought on “Alessandro D’Alatri, Sul Mare

  1. Straordinaria recensione del film e in generale lettura del nostro Paese, che aimè non è andata migliorando nel frattempo. Congratulazioni e grazie.

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