Stefano D’Arrigo, Horcynus orca

di alessandro garigliano

Verso dove? Verso dove è diretto ‘Ndrja Cambrìa, il protagonista di Horcynus orca? E’ un ritorno che di volta in volta assume connotati esistenziali, storici, psicologici, letterari. Un viaggio all’interno di un’opera mondo inesauribile.

La storia editoriale, che va dal 1961 al 1974, è già di per sé un’avventura, edizione dopo edizione, il testo è segnato da una coazione a correggere ossessiva da parte del suo autore. La lingua viene plasmata con un ardore che cerca di catturare l’esistenza nella sua complessità, un linguaggio mimetico e classico, travolgente, barocco, ricco di lemmi appartenenti al passato e al presente, di coniazioni nuove, mai però scrittura per la scrittura, anzi, un’ingegneria narrativa che riflette ciò che si narra, che dà voce ai luoghi e ai personaggi di questa nuova epica.

In Horcynus Orca un evento di quattro giorni viene dilatato per 1257 pagine. Il nocchiere semplice ‘Ndrja Cambrìa, dopo la data tragica dell’8 settembre 1943, si trova in Calabria e sta dirigendosi, da reduce in fuga,  verso la Sicilia, sulle sponde dello Stretto di Messina, nel suo villaggio natale: Cariddi. A traghettarlo clandestinamente è una donna misteriosa, Ciccina Circè, con la quale il protagonista avrà una relazione intensa, che avrà echi per tutta la durata della storia. L’approdo all’isola coincide con lo stabilirsi sullo Stretto di un gigantesco mostro marino: Horcynus orca.

Nel racconto della trama riecheggia evidente il nostos omerico, il viaggio di ritorno di Ulisse verso la propria casa. ‘Ndrja però è l’eroe del non-ritorno. Il villaggio in cui è nato è stato stravolto dalla guerra e dal Tempo e la portata delle conseguenze che ciò comporta è enorme. Il mancato ritrovamento delle proprie radici provoca nel protagonista l’alienazione dal presente e l’immersione nel passato, in un desiderio utopico di ritrovare se stesso nel mito, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio.

Allora verso dove? Verso dove dirotta il suo viaggio ‘Ndrja Cambrìa? Se non riesce a farsi contagiare da un presente in preda a un delirio di trasformazioni continue, se la comunità del villaggio natale verso dove è diretto ha subito l’urto della guerra e del Tempo, se la morte ha invaso il mare riempiendolo di cadaveri, se il reduce ‘Ndrja rappresenta migliaia di morti che non hanno potuto ritornare a casa; dove, dove può ritrovare se stesso e tutti i commilitoni impossibilitati al nostos perché fulminati dal caos della guerra? Dove ‘Ndrja deve rifugiarsi perché possa salvare se stesso, la terra natia, il cosmo tutto? Le risposte è possibile trovarle solo nell’oltretomba.

Il nostro eroe infatti a un certo punto s’avventura in uno dei topoi principali della letteratura del ritorno, la nekuia: il viaggio agli inferi. L’inferno di ‘Ndrja si trova in mezzo al mare tra Scilla e Cariddi. Ad accompagnarlo è la carontessa Ciccina Circè. ‘Ndrja non riuscirà a vederla in faccia fino alla fine e all’arrivo farà all’amore con un fantasma. Eppure è insieme alla misteriosa Ciccina Circè che traghetta lo Stretto pieno di morti, un mare colmo di senso, dove emergono verità simboliche. La donna che lo accompagna esala odore di latte, ha un seno generoso, rema nel liquido amniotico del mare, sembra incarnare le caratteristiche dell’archetipo della madre analizzate da Jung. Questa traversata occupa la parte centrale del romanzo. Si tratta di un punto di snodo della storia. Un mare di morti che simboleggia anche un mare di depressione, secondo le analisi della Klein, di Freud e di Bion. In sintesi, la traversata risulta essere il luogo dove viene trovata la salvezza, ovvero il mondo prenatale, il grembo, il nido, la morte.

Poi l’approdo. Ma da subito non viene riconosciuto. Nemmeno dal padre, come non era stato riconosciuto Ulisse da Laerte. Il villaggio è cambiato e ‘Ndrja subisce la dannazione dei reduci: non riesce a integrarsi, fino alla fine. Sono cambiati tutti a Cariddi. Anche il capo del villaggio, don Luigi Orioles, il saggio per eccellenza, colui che aveva sempre preso le decisioni migliori per la comunità, adesso ha subito una vera e propria trasformazione, ha accettato di compromettersi, mettendo a repentaglio, secondo il protagonista, l’esistenza di quel minuscolo gruppo sociale di pescatori: il totem della saggezza, don Luigi Orioles, si è tramutato in un finimondorioles. Anch’egli si rassegnerà alla carestia, adeguandosi, accettando la soluzione più comoda. Ma il nostro eroe reagisce e nel caso specifico lo fa davvero in maniera potentemente simbolica e paradigmatica: Allora veramente possono fare una bella gettata di calce viva sopra Cariddi e cariddoti, come si fa sopra i focolai di peste o colera o spagnola, e poi fare un segno a X, grande grande e bianco, sopra la marina, perché nessuno si avvicini, perché tutti vedano da lontano che i cariddoti levarono mano, che come vivi li spuntarono dal libro mastro. Una colata di cemento su tutto ciò che si muove, contro le scosse telluriche causate dalle turbolenze della guerra. Al centro di uno stravolgimento storico, ‘Ndrja si rifiuta di accettare i cambiamenti, preferirebbe paralizzare il villaggio erigendo una sorta di mausoleo. Prova ad opporsi fino allo stremo delle forze, cerca di conservare rabbiosamente la propria identità, ma non sarà che la spia della caduta.

Con la forza disperata di un eroe tragico che si batte contro il Fato, il protagonista, pur di salvare la comunità, accetta l’ingaggio di un personaggio equivoco, il Maltese, che gli offre denaro in cambio della partecipazione di ‘Ndrja a una regata. Il denaro serve semplicemente a comprare il mezzo che solo può salvare una comunità di pescatori, un’arca misera che potrebbe portare in salvo dall’apocalisse l’intero villaggio: una barca. Ma durante l’allenamento, essendosi avvicinato imprudentemente a una portaerei americana, il nostro eroe viene ucciso dallo sparo di una sentinella.

Desidero adesso concludere rivelando la potente anomalia che mi è sembrato di cogliere nel romanzo: l’impressione che il narratore la pensasse in modo assolutamente opposto al protagonista. Di fronte alla complessità del romanzo è stato necessario chiedersi quale fossero i ruoli delle due grandi voci di questa opera monstre. Quella di una voce narrante che mima in tutto e per tutto l’inarrestabile ciclo di vita e di morte, la mutevolezza del caso, la perdizione e la rinascita, le perpetue metamorfosi che sconvolgono il mondo in maniera feconda, naturale. E quella del nostro eroe che senza piegarsi si spezza nella sua lotta romantica contro i cambiamenti.

Laddove ‘Ndria Cambrìa vorrebbe cristallizzare il Tempo e i caratteri, ritrovare i luoghi del passato e immergersi nel regno delle Madri, incantato e al sicuro, il narratore lo travolge con facondia simulando la vita con il suo vocabolario. Insomma, è la lingua che riproduce fedelmente la concezione del mondo del narratore. Nel testo avviene una vera e propria metamorfosi delle parole, lemmi che riproducono il senso del fluire delle cose, emulando, a volte, l’intero excursus esistenziale attraverso impercettibili variazioni di significanti, per esempio: la barca che inizialmente si trasforma in arca, simbolo di speranza e quindi di rinascita, per poi definitivamente tramutarsi in bara; oppure il dono divino, manna, che si stravolge nel suo opposto, nell’attrezzo che dà morte: mannaia. Se ‘Ndrja pensa che la salvezza del mondo possa avvenire attraverso la memoria, nel luogo incantato dei ricordi,  il narratore la fede la sente nelle parole che non si fermano mai, neppure al loro interno, come se le metamorfosi, questo andare in parallelo al fluire delle cose, potessero redimere il mondo da quel lutto sconvolgente che la guerra ha causato. E lo stesso avviene attraverso lo stile. Così come l’autore dà alla luce innumerevoli parole, vengono anche generate, una dietro l’altra, infilzate, numerose storie, una storia ne origina un’altra tramite il sistema di associazioni e flashbacks, e all’interno stesso di un ricordo ne nasce un altro e un altro ancora. Mai come in questo libro si coglie il senso del detto: fermarsi è morire.

Infine, il romanzo non si conclude con la morte di ‘Ndrja Cambrìa. Anche su questo fatto ho corroborato le mie convinzioni. Nel caso il narratore si fosse trovato d’accordo sulla fine del mondo più volte prospettata da ‘Ndrja, l’epilogo della vicenda avrebbe narrato la morte gloriosa del protagonista. Invece il narratore, dopo avere ucciso ‘Ndrja Cambrìa, convoca Masino, suo fratello di latte. Il narratore quindi appare quale regista imparziale, che da una prospettiva superiore narra lo schianto di un eroe romantico, senza provare nessuno sconforto, con la piena coscienza che niente viene perduto, che sempre ci si avvia a un nuovo inizio: la nascita di un altro eroe. In questa staffetta esistenziale il testimone passa a Masino, che sembra essere l’alter ego maturo di ‘Ndrja, caratterizzato, come abbiamo ampiamente detto, da una forza adolescenziale cieca, intransigente, al contrario di Masino che, in via evolutiva, il narratore lo descrive spericolato sì, ma al contempo vecchio e saggio.

Annunci

11 thoughts on “Stefano D’Arrigo, Horcynus orca

  1. opera straordinaria, la piu’ proustiana (o forse l’unica) della nostra letteratura, la lingua è magma incandescente, materia viva che vivifica e crea, mitopoietica. E poi la lingua di D’Arrigo SUONA, CANTA, ricordo che mentre leggevo H.O. sentivo il bisogno di tanto in tanto di leggere ad alta voce e neologismi, francesismi, onomatopee non sono mai mero esercizio ma suoni dallo straordinario potere evocativo.

  2. ciao, non ho ancora letto il post perchè “horcynus orca” lo sto leggendo, purtroppo solo in prestito da una biblioteca.
    Posso chiederti se sai se è possibile acquistarlo?
    il post me lo riservo per la fine della mia lettura, ho letto altri tuoi post tramite aNobii,
    complimenti

  3. Strambeletture – Il granchio e l’orca (Tra Acicastello e D’Arrigo)

    Un granchio nell’acqua di Acicastello. Un piccolo granchio, in poca acqua.
    Travisamenti dal micro-macro d’una macchina digitale.
    Acicastello è un paesino (frazione di Acitrezza) del catanese che si affaccia sul mare, a raggelare la lava che dall’Etna in discesa non contemplò la gradazione intagliante dell’acqua.
    Tutto è Sud ove il fuoco muore nell’H2O.
    Quel granchio è imparentato, sebbene alla lontana, con la cicirella che nel fondo più fondo delle acque tra Scilla e Cariddi, acque di Stretto, veniva a galla nelle pagine dell’Horcynus Orca di Stefano D’arrigo.
    Tutto è Sud ove il fuoco muore nell’ H2O, dove un piccolo granchio in una fossetta d’acqua può apparire quasi un’orca che scuotendo la sua pinna nel sonno, nel fondo più profondo, fa salire a galla le preziose uova d’anguilla.
    Tutto è Sud ove il sole muore nell’acqua – che sia poca che sia tanta, cicirella-gambero-orca, pozzanghera d’acqua salata o profondo più fondo nello scill’e cariddi –, tutto è Sud ove muore ’Ndrja:
    (…) Nel buio, si sentiva lo scivolìo rabbioso della barca e il singultare, degli sbarbatelli col mucco, come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il tribolo degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo: sempre più dentro dove il mare è più salato, dentro, più dentro dove il mare è mare. (Cfr. “I fatti della fera”, Rizzoli, 2000).
    Tutto è Sud ove un granchio riposa le sue gambette tra una conca di lava di Acicastello e l’oceano aperto onde sguazza l’Orca-delfino (perché l’orca è un delfino) che azzanna i Delfini-orche (perché anche i ludici delfini sono fere-feroci). Tutto è Sud ove il sangue-fuoco di ’Ndrja si agghiaccia in una profonda più profonda (funnuta diremmo in dialetto di Sicilia) conchiglia d’acqua. Tutto è Sud ove letteratura, vita e morte, lingua e dialetto, hanno nome D’arrigo.
    http://edizionidelcalatino.blogspot.com/2012/01/il-granhio-e-lorca-tra-acicastello-e.html

  4. MI SPIACE DI AVER ROVINATO LA SORPRESA A QUALCUNO, ero in buona fede. Credo fermamente, però, che l’horcynus sia un classico. Non è certo un giallo, né un ‘rosa’. Chi non conosce la ‘fine’ dei promessi sposi? Certo, D’Arrigo non entra ancora tanto nelle scuole e, certo, mi sono lasciato ‘prendere la mano’ pensando inconsciamente di dire la mia a chi lo aveva già letto. Chiedo scusa.
    g.s.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...