Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi

imgresdi alessandro garigliano

Una congestione di rabbia, frustrazione, affetto, ammirazione turba l’avvio dello scritto. Tutti i romanzi di Guido Morselli sono stati pubblicati postumi nel 1974, l’anno immediatamente dopo il suicidio. Romanzi anomali, composti con la perizia dell’artigiano e la genialità dell’eretico. Con una costante capacità di rivoluzionare i generi letterari canonici. Non lo definisco uno sperimentatore, perché nella storia della cultura la sperimentazione a volte è scaduta in eccessi cerebrali, in derive formali respingenti. Guido Morselli, invece, tendeva a innovare (Innovatore, e non sperimentatore, preferiva definirsi Stefano D’Arrigo), accogliendo il lettore in ognuno dei suoi mondi creati ex novo.

Iniziando Contro-passato prossimo o Roma senza papa si sprofonda, senza avvisi, in una realtà mai visitata, ma procedendo cauti ci si rende subito conto che ci si può fidare, che l’esistenza di quel mondo ha fondamenta solide. Morselli, infatti, fissa i dettagli con un puntiglio che mira alla concretezza, si accanisce a perfezionare i contorni, ad erigere figure con volumi definiti al millimetro.

In Contro-passato prossimo si osa con tracotanza revisionando la Storia. La Grande Guerra ha un esito diverso rispetto a quello che conosciamo, inaspettato: Quid est Historia? Secondo me, ci sono soltanto uomini che hanno agito, o agiscono, per i loro scopi. Nella Prima guerra mondiale che accade nel romanzo sono le forze degli Imperi Centrali a sopraffare l’Intesa, ma nessun popolo vinto sarà umiliato da condizioni punitive, anzi, la Germania si farà promotrice di un’alleanza tra Italia, Francia e Belgio unite in una federazione democratica.

Mi dilungherei a descrivere la galleria dei personaggi che affollano la ribalta con maestria (per esempio, uno fra questi, il formidabile Giolitti in Parlamento), ma è di un altro libro che devo parlare. Però non tralascerò di dire che in questo testo si coglie perfettamente il senso della poetica di Guido Morselli: attaccare la Realtà alle spalle. Non ci tengo a mettermi in concorrenza col Fatto. Ci tengo semmai a distinguermene, dal Fatto, questo sacro mostro. In Contro-passato prossimo si esalta la tattica rispetto alla strategia, il gesto individuale spiazzante anziché la massa conforme. Nella morselliana Prima guerra mondiale la paralisi della guerra di posizione viene fatta esplodere da alcune personalità che hanno intuizioni geniali. La compattezza fatalistica degli eventi viene frantumata da movimenti inaspettati, da manovre studiatissime che analizzano le situazioni da punti di vista obliqui, da postazioni eterodosse. La fortuna aiuta, ma è necessaria l’invenzione attiva, penetrante, impensata. Dopo anni stagnanti dalla massa la personalità cercava di riemergere, e la speranza si ribellava contro l’inerzia, contro la sanguinosa stupidità di una guerra che perdeva ogni apparenza di fatto storico –  la perdeva in misura mai più raggiunta – per rivelarsi oscura fatalità biologica.

Nei libri che mi sono piaciuti di più di questo autore vengono affrontati temi imponenti, autoritari, direi. In Contro-passato prossimo, come abbiamo visto, la Storia, poi (non in ordine cronologico) ne Il comunista, la Politica e in Roma senza papa, la Religione. Non solo in ambito narrativo simili temi inibirebbero molti, ma si correrebbe comunque il rischio di inaridire la propria vocazione inventiva. Lo stesso Calvino scrisse  a Morselli, nella lettera in cui comunicava il rifiuto della pubblicazione de Il comunista: Dal romanzo politico non mi aspetto nulla, né in un campo d’interessi né nell’altro. Credo cioè che si possa fare opera di letteratura creativa con tutto, politica compresa, ma bisogna trovare forme di discorso più duttili, più vere, meno organicamente false di quello che è il romanzo oggi. Io ho proprio l’impressione che Morselli non solo avesse trovato una forma idonea per affrontare simili temi, ma che, senza nessun timore reverenziale, fosse capace di delineare storie eccentriche, corrosive, inventive e avvincenti pur all’interno di cornici, per così dire, rigide, austere, quali possono essere la Politica, la Religione e la Storia.

Ero tornato a capo per scrivere le mie riflessioni su Dissipatio H.G., ma come si fa a non accennare, almeno en passant, a Roma senza papa? Un libro che rende plausibile, per raffinatezza di stile e ricchezza culturale, il trasferimento del Papa a Zagarolo! Tra queste pagine si fa esistere una chiesa che si dilata nel tentativo d’inglobare il sincretismo della fedi, annullata nella globalizzazione; un’ecclesia slabbrata nell’accoglienza di usi e costumi contemporanei: dalla droga alla sessualità libera, dalla tecnologia al turismo. Può esserci ironia, può esserci polemica, ma non c’è, come sempre in Morselli, semplificazione. La rappresentazione di un’ipotetica religiosità al passo coi tempi ammalia per perizia e cura del particolare, per visionarietà e intelligenza. Perché si abbia una seppur minima idea di quanto riesce a fare Morselli, riporto due brani diversi per tono e approccio alla religione, ma simili per profondità di vedute.

Ciò che era l’amore, il sesso, la famiglia e la terra natia, il lavoro, la poesia e la gloria, oggi è esplicitamente il turismo. Lévy-Block ha fatto benissimo a seppellire la locuzione homo sapiens intitolando il suo recente trattato di antropologia Homo Vagans. La sua tesi sulla discendenza della specie dal canguro, perché provvisto di quel marsupio o valigia che sarà poi simbolo e strumento della raggiunta evoluzione umana, è sospetta a un cattolico, ma il libro mi sembra complessivamente geniale.

Disposto a portare la sua critica al cuore stesso della fede. Pressappoco così: o la Provvidenza è perscrutabile (dalle nostre menti) e allora deve essere secondo bontà e giustizia. Oppure è imperscrutabile: e se si ammette questo, si arriva difilato alla teologia negativa, al Dio indicibile, impensabile, del quale non è lecito chiedersi se è buono o se è giusto, anzi, nemmeno se esiste o no. La teologia negativa è la fine di Dio, ma bisogna scegliere, non ci si può cullare nel compromesso. Non si può insegnare che ‘capiamo’ o ‘conosciamo’ Dio, e, quando fa comodo, dire viceversa che Dio e i suoi disegni sono superiori al nostro intendimento.

Dissipatio H.G., invece, affronta l’Uomo. E’ l’ultimo romanzo (del 1973), una sorta di testamento spirituale, di Guido Morselli. Non ero mai stato tanto attratto dall’essere umano. Il testo si apre in preghiera, quasi. Si sgrana il rosario dei relitti inconsistenti, reliquie ormai. Poi subito si celebra il lutto dell’umanità scomparsa senza motivi e senza spiegazioni apparenti. A metà libro così parla il sopravvissuto, prescelto o dannato:

C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fine della specie e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale. La versione che ricordo era in latino, e nella tarda latinità pare che dissipatio valesse ‘evaporazione’, ‘nebulizzazione’, o qualcosa di ugualmente fisico, e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto ad altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto “solvens saeclum in favilla”, assimilabile oggi a un’ecatombe atomica.

Sublimati. Alle due del mattino del due giugno di un imprecisato anno l’umanità si volatilizza. Il protagonista di fronte a un evento simile comincia una sorte di anamnesi, cerca a ritroso nel tempo le cause di un’apocalisse oggettiva dentro di sé. La notte tra l’uno e il due giugno aveva tentato il suicidio, prima immergendosi in un lago detto ‘La Solitudine’ dentro una caverna in alta montagna, e poi dentro la propria stanza facendo all’amore con la ragazza dall’occhio nero: una browning 7,65.

E’ ad alta quota che vive l’ultimo uomo, in una valle sopra il villaggio di Widmad. Si era ritirato lontano da tutto, in compagnia di soli pastori, immerso in un paradiso terrestre paesaggistico. Ma adesso non esiste più nessuno, dopo quella sera sono svaniti tutti, la Storia si sospende e albeggia incontrastata la Natura. L’eroe si chiede se sia riuscito il suicidio, se in realtà, è inevitabile ipotizzarlo, sia lui a essere sprofondato da solo nell’inferno più orribile che si possa immaginare,  dove il mondo delle cose è rimasto intatto, dove la metropoli che il suicida ha sempre detestato, dalla quale aveva provato a fuggire, non tollerando i rumori e le banche e le chiese, è rimasta in piedi per l’eternità, solo per lui.

Eppure, fino a libro inoltrato, la voce che racconta è a dir poco distante, solo alla fine capirò il perché, ma intanto, per buona parte del libro, il racconto della disintegrazione di ogni creatura umana si limita a essere semplicemente curioso, riflessivo, anche impaurito, terrorizzato a volte, ma l’andamento del narrato resta comunque sempre sommesso, ragionevole. Chi narra si definisce fobantropo, per cui la motivazione per un tono simile potrebbe esserci, e poi, prima che tutto accadesse, aveva già cercato un rifugio che lo isolasse dalle relazioni sociali, mantenendone in numero minore possibile, una donna affezionata, un professore, i pastori, ma davvero pochi esemplari gli amici. Perciò coerenza volendo il mondo tutto per sé era quanto desiderava. Pretendere un’inquietudine vibrante del tono, un urlo munchiano che forasse le pagine per arrivarmi dritto alle orecchie era forse insensato da parte mia.

Nella prima pagina, il narratore, per ciò che è accaduto prova: un feroce sollievo. Più avanti  si ricrede, a onor del vero, e sente il bisogno di cercare ovunque contatti, mette in scena gruppi di manichini, in piazza e in piscina, per avere compagnia, dimostra addirittura una profondissima e bellissima indulgenza nei confronti dell’umanità, di tutti coloro che lo avevano sempre infastidito, frodato, importunato:

Lontane frequentazioni teologiche m’incoraggiano a un’ipotesi lusinghiera per loro. Sin troppo. La loro scomparsa si risolverebbe in gloria. Sarebbe a scopo rimunerativo.

Che soffrissero, che siano vissuti in mezzo ai guai di ogni genere, mi sembra certo Kosmos olos en tòo poneròo kèitai, tutto il mondo giace nel male. “Male” non in senso morale, si capisce; il male morale comincia e finisce con il moralismo, il solo male è la sofferenza. Un individuo che soffre, a cui manca quello che gli occorre per essere. Ma in questo senso ristretto e concreto, il male li assediava da ogni parte, a ogni istante, in ogni loro atto, e anche pensiero, visto che l’attesa della sofferenza, la paura, è perfetta sofferenza.

Prova compassione, solidarietà. Ma il modo in cui comunica tutto questo è lo stesso da automa, pensavo. Quello che leggendo non mi convinceva, m’inquietava, era la cronaca rarefatta di una tragedia spaventosa, inopinata, ingiustificabile. Anche nei momenti, che per me sono i più belli, di maggiore angoscia, di vero e proprio panico, quando il narratore prende piena coscienza di quanto gli è accaduto, quando riesce a incarnare integralmente la propria solitudine, e assumersi tutta la fragilità del caso – quella di un uomo senza dialogo, senza appigli davanti all’imponderabile, al cospetto di qualcosa che nessuno aveva profetizzato, filosofi, scrittori, apocalittici, teologi dell’escatologia, profeti, ortodossi, esoterici – anche allora, maledizione, quando riesce a vedersi nel centro del vuoto assoluto, dove le parole che diano forma a un tale bianco annientamento mancano, anche allora, il tono continua malinconico.

Invece, dopo avere finito il libro, ripensando al personaggio, mi sono ricreduto e mi sono sentito un lettore stupidamente arrogante. Riflettendo con maggiore compenetrazione ho pensato che, l’eroe che racconta la sua esile vita in Dissipatio H.G., si era spogliato di tutto, aveva abbandonato gli studi, aveva disertato l’amore, e le ambizioni sociali le aveva smaltite con un distacco sempre maggiore. Oltre a questo, aveva cercato di riscoprire il timore reverenziale nei confronti della Natura, aveva provato a riconsiderare nelle giuste proporzioni l’uomo e il suo ruolo nel mondo. Insomma, credo che il nostro eroe stesse verificando la possibilità di raggiungere un nuovo equilibrio psichico, e che il trauma dell’estinzione dell’umanità senza preavviso, senza redenzione e senza castigo, la catastrofe arbitraria piombata dal nulla in un tempo inatteso, avesse alla fine solo accelerato la maturazione di un atteggiamento maestoso, non atarassico, ma di maestosa dignità: di chi accetta  in solitudine,  con dolore e angoscia, le calamità possibili nel corso naturale degli eventi.

Quando ripasso il libro in questa chiave di lettura, il protagonista adesso mi appare, non so come altro dire, una delle persone più umane che abbia mai conosciuto, una voce priva di retorica, mai sopra le righe, per nulla patetica, mai troppo saggia né eccessivamente ironica, in preda a un giustificato panico senza smarrire i confini dell’identità e soprattutto alla ricerca, anche qui, umanissima, di un progetto, di un futuro improbabile, ma che solo per averlo ideato costituisce speranza.

Quando è verosimile pensare ormai che nessuno sia sopravvissuto (certo no, perché l’uomo non può essere certo di niente, nemmeno della morte), il nostro eroe, con una inesauribile forza mite, si convince di avere un amico da aspettare: è il dottore che, durante il ricovero in clinica per una neurosi ossessiva, l’ha curato andando oltre l’ortodossia della psicoanalisi, con comprensione e intelligenza. Il dottore Karpinsky. In realtà morto molto prima che si consumasse la tragedia totale, eppure diventato adesso il simbolo dell’insopprimibile, umanissima, attesa di una relazione/rivelazione. Il romanzo infatti si conclude con la seguente immagine ineffabile di tenera sospensione: In tasca tengo, per lui (Il dottor Karpinsky. NdR), un pacchetto di gauloises.


P.S.

Guido Morselli, prima di morire, con un colpo di pistola alla tempia, pare che abbia scritto alla Questura di Varese: Non ho rancori.

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2 thoughts on “Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi

  1. grazie per aver ricordato morselli, tra i piu’ trascurati autori del nostro novecento, anch’io ne avevo perso memoria, conosco di morselli un dramma borghese e incontro con un comunista, leggero’ presto questo dissipatio h. g. grazie

  2. Interessantissimo e stranissimo questo caso poiche’ il romanzo da Lei descritto assomiglia molto (come idea) al romanzo Grosse Solo fur Anton scritto dall’autore austriaco Herbert Rosendorfer (anche lui un appartato) e pubblicato nel 76!

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