Il nome sulle cose

di Alessandra Lisini

"Wasn't it you posing on the right wing staircase?!"
"I wasn't "posing" - I was just - standing!"

foto di Lilia Migliorisi

Entriamo nei musei per controllare se abbiamo davvero fame. Quelli di arti applicate e quelli storici sono i migliori per capirlo, ed è un peccato che abbiano pessimi angoli ristoro o non li abbiano per niente. In compenso hanno piccoli bagni lindi e odorosi di essenze sintetiche.  Nei musei marittimi facciamo a sorpresa la pisciata più bella della nostra vita, tutto è perfetto e fresco, senza gocce sui pavimenti, senza carte sparse vicino ai cestini e immediatamente dopo di noi entra la donna delle pulizie.  Abbiamo la faccia di chi lascia le strisce di sterco sul water o è entrata per tamponare le gocce d’acqua dai lavabi, assicurare la chiusura del fasciatoio per i neonati, rabboccare il gel antibatterico nei dosatori da parete? Percepiamo il profumo di alcool e la voglia di igiene della signora, talmente petulanti che ci viene voglia non di gocciare ma di poggiarci per prova e per dispetto con le pudenda sulla tazza e non solo con le cosce, come peraltro ci è stato insegnato di non fare, e lasciare il marchio. I cani fanno lo stesso, appoggiando la zampa sul mucchietto di terra smossa sopra l’osso che hanno appena sepolto.

I musei marittimi sono musei anonimi, pieni di cose anonime, cimeli di capitani, carte nautiche, amache di marinai, diari di gente nata per non essere ricordata, lavoratori del mare. Si guardano i video in loop: un sottufficiale della marina mercantile racconta delle storie, una è sulla forza del mare in tempesta, sul connesso segreto di un capitano che durante una bufera si lanciò fuoribordo a salvare un uomo; in realtà non voleva che si raccontasse, perché un capitano non abbandona mai la propria nave. Nei titoli di coda ci sono i nomi del narratore e degli intervistati e non vengono mai letti, o sono letti e scordati, perché intanto si cerca con lo sguardo il bagno e si programma mentalmente il pranzo. Chi ha inventato i musei e aveva l’intento di cambiare l’uomo è caduto in errore, perché il museo  eleva le masse in media e in brevi istanti, ma per la maggior parte del tempo precipita il singolo nel tombino delle esigenze animali, che tra una sala e l’altra vengono incontro a recuperare l’identità perduta, la coscienza del sé. Nei musei più importanti si trova più spesso il gran nome che risolleva, quello per cui gli educatori di uomini hanno creato i poli museali, l’ascensore per lo spirito che oblitera i bisogni: Beuys! Dubuffet! Bauer! Incontrarli procura un sollievo esclamativo simile alla gioia anche quando le opere sopra o sotto il nome sono scabre o pasticciate e tristi. E che gioia se il nome non è quello dell’artista, ma della cosa stessa: Stele di Rosetta! Sacro Lino! Corona ferrea! Cintura del re Agilulfo!

Ma oltrepassati i grossi nomi alogeni di artisti e di cose, grossi a caratteri grossi sulle pareti e sui pannelli fuori dal museo, che sparano aura in faccia a chi passa, ci sono tutti gli altri, i quali sbiadiscono in massa, i nomi e cognomi che non ce la fanno: scompaiono e vanno a finire nel luogo in cui finisce anche il nostro quando ci intrudiamo legalmente, da singoli visitatori, nella folla che invade le sale e si mescola alle opere. Il nostro nome in rilievo sulla carta di credito paga il biglietto e sparisce dentro al portafogli, dentro la nostra tasca, mentre sbiadendo a nostra volta vagoliamo tra serie di quadri sconosciuti, se ce ne piace uno leggiamo il cartellino, ne ripetiamo mentalmente due o tre volte il nome; dopo due sale è volato via. Se pure ricordiamo i dettagli, l’impressione, ci ritorna indietro senza nome. Cammineremmo indietro a prendere un appunto, però ci fanno male i piedi, dobbiamo decidere se mangiare, cosa mangiare, se dobbiamo tornare in bagno, in quale bagno andare.

Un’infinita distesa di casse di legno, un deposito commerciale all’aperto, riposa ora in una foto panoramica larghissima, di scatti composti e giustapposti.  Nessuno saprà il nome di chi ha scattato, o meglio: tutti non lo sapranno insieme a te, perché la storia ha già pensato a tutto, ha generato bellezza autorizzando l’anonimato dell’artista nel cartellino Unknown photographer. Hai il permesso di non sapere chi sia, se nessuno lo sa, non puoi dimenticare quel nome e per questo puoi dimenticarti dei tuoi bisogni. L’anonimato autorizzato storico diventa bello, genera il bello, solleva per contrasto.

Ora sai anche perché ti annienta la bellezza del museo in quanto cosa, quando ti è piovuto addosso come un oggetto pesante, con le sue stratificazioni di uomini politici, sovrintendenti, architetti, ingegneri, capimastro, manovali, elettricisti, vetrai che lo hanno generato, in progressivo anonimato; il nome MOMA in neretto, creato per avvolgerti e farti guardare l’acquario contingente degli altri visitatori che come te passano sulle scale dell’altra ala, visibile dal lato delle rampe, in salita, in discesa, in gruppo: tra loro c’è un ragazzo in piedi, fermo. Ha le mani lungo il corpo, in posizione di riposo, rivolto verso te che dall’altra scala guardi. Per quanto ti riguarda è fermo nell’attimo in cui ti accorgi, ma resta fisso anche dopo, e –guardi ancora, ricontrolli – non è un manichino, è vivo, respira. Tutti passano e lui resta in piedi, verso l’altra vetrata dietro cui stai tu. Anche per lui tu sei uno strano visitatore in posa rivolto verso una parete invisibile? Chi dei due guarda l’altro come fosse un’opera d’arte? Un altro giovane dietro di lui si è fermato nella stessa posizione. Sarà uno squallido emulatore, senza la medesima necessità di stare su quella scala o i due sono amici e entrambi in posa per qualcuno? O è una performance in cui il secondo è solo un attore meno dotato? Tuttavia le persone attorno a te sfilano via, nessuno sembra complice con il performer. Lo lasci allora tra il terzo e il quarto piano con le braccia lungo i fianchi, il caschetto di capelli castano chiaro sfilato sul volto fisso e stai per scordarti di lui, ma dopo che il grassetto di altri nomi -Arbus! Nadar!- ti ha salvato ancora dal baratro dell’autopercezione, sul ballatoio tra il terzo e il secondo piano, una donna coi capelli lunghissimi indica ancora verso l’altro lato trasparente del museo, dice: guarda quello, ma cosa fa? È passata un’ora e il ragazzo è ancora lì, dietro al vetro. Decidi di fotografarlo e pure, quando riesci a prendere la tua fotocamera e guardare dentro l’obiettivo, le scale sono vuote. Dietro il vetro passa invece in velocità il custode della sala col cane di Giacometti, un uomo alto, nero, bello che fa i gradini a due a due in discesa, sospingendo la gente dabbasso. Scendi anche tu, superando i visitatori che nuotano in banchi, giù per le scale mobili.

La cosa-museo pesa per aria col suo nome maiuscolo e breve, ti si affigge in testa rotonda e infantile e lenisce i tuoi piedi pulsanti;  al pianoterra, tra la gente che sfolla sospinta dai custodi e specialmente dalla voce brusca del nero che sembra inseguirla sulle scale, immersa sotto pareti giganti bianche e vetro – un ballatoio si apre da ogni piano sul vuoto chiaro che per intrinseca proprietà attira a sé pezzi scuri di folla; ora  pieno di ignoti che vanno via, alle undici di sera sarà tutto di nuovo glabro, il custode alto chiude la porta elettrica, i colleghi custodi chiudono altre porte elettriche; lo spazio però è già vuoto e perfetto come in un falso ricordo: nella finta memoria del dopo, dei nomi grossi e delle cose note capaci di cancellare le ignote, il museo ritorna vasto e bianco, abbagliato dai nomi neri “Pollock”, “Giacometti”, dal ragazzo in piedi, l’abito infeltrito appeso sopra il cartellino “Beuys”.

Tu sei il ragazzo che posava sulle scale dell’altra ala!
Io non stavo “posando”
Non stavi posando?!
No!…stavo…in piedi!
Lo fai spesso in questo museo, nei musei?
Scuote la testa.
E allora –dici–ho assistito a un pezzo di instant art!
Lui boccheggia due volte, sorpreso, poggia una mano sul petto. Sta esagerando e allo stesso tempo, ti accorgi, non ne ha alcuna intenzione.
Oh! Oh! Io ti ringrazio!

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