John Berger, Qui, dove ci incontriamo, Bollati Boringhieri

di alessandro garigliano

Sono le scorrerie nel Tempo in moto di John Berger le cose che piacciono di più in questo libro, ma non solo. Si parte, e da subito l’autore fluttua nel presente e nel passato, al di fuori del Tempo e nel futuro. Al di fuori del Tempo ci portano a braccetto i defunti che incontriamo e con i quali ci sembra di avere da sempre una quotidiana e commovente confidenza. Berger, infatti, non prepara mai l’incontro con i morti. Come se non ci fossero mai stati confini, passiamo dalla vita alla morte senza soluzione di continuità, fluidamente. E  viene da pensare che in realtà l’autore, pur spostandosi da un luogo del Tempo a un altro, dall’infanzia della sua vita all’infanzia della civiltà (tra le grotte preistoriche affrescate con pitture che non rispettano i confini), facendo tappa nelle diverse fasi di un’esistenza, alla fine però stia sempre in un imprendibile Tempo di frontiera, bandito.
Chi poteva mai pensare che potesse essere creata da uno scrittore la moto del Tempo?

Eppure siamo suoi passeggeri e attraversiamo la totalità del Tempo sin dalla prima pagina, accompagnati  dalla citazione del poema che racconta la vita tutta: la nascita, la famiglia, il lavoro, la morte, ovviamente – ovviamente perché lo abbiamo imparato da Berger – senza l’ordine lineare che abbiamo stilato adesso: … sono il manico della tua zappa, la porta della tua casa, il legno della tua culla e quello della tua bara.

Il Tempo, poi, s’incarna in due modi radicalmente opposti: la Storia e il Paesaggio incontaminato. Sono due poli che si stagliano dal resto perché assoluti. La Storia, da un lato, con la violenza che la contraddistingue, sfiora di continuo l’intimità dei personaggi del libro senza intaccarli. Non che loro rimangano indifferenti o immuni alle ondate di ferocia che rintronano intorno, però, i personaggi, si proteggono delicatamente con forme tenui di resistenze intime. Per citare un episodio: John è a letto nei sobborghi di Londra sotto il bombardamento del ‘43, e giace con una compagna, entrambi nudi, coi corpi che non rimangono semplici nudità imbelli, ma si aprono come atlanti geografici a riparo dalla Storia, appunto, trovando: l’uno nelle braccia dell’altra, un modo di partire insieme, un mezzo di trasporto per andare altrove, attraverso membra alle quali i due danno nomi di città lontane, in fuga nelle geometrie urbane del corpo.
Dall’altro lato c’è il Paesaggio incontaminato. Il punto di maggiore silenzio lo troviamo nel lago di Morskie oko. Qui, sempre situati sulle frontiere del Tempo, si viene per vedere ciò che il Tempo fa senza di noi. Una sospensione lacustre impossibile da narrare, da frammentare con le parole, eppure siamo planati anche qui, a osservare il Tempo che scorre in modi credo impossibili da analizzare, di sicuro con ritmi e frequenze inumane: qui, semplicemente, lo spazio muove il Tempo.
La natura è superba protagonista del libro: flora, fauna e stato minerale in qualunque luogo e per qualsivoglia utilità signoreggiano grazie all’esattezza dello scrittore che li nomina. C’è a questo proposito una osservazione di Berger: La casa di Mirek non assomiglia a nessun’altra. Probabilmente lo si può dire di qualsiasi casa, se la si conosce abbastanza bene, è un’affermazione che in Qui, dove ci incontriamo si potrebbe sostenere non solo per le case, ma anche per le cose del mondo, tutte. Nello scorrere delle scene niente passa in secondo piano, tutto è messo a fuoco senza gerarchie pregiudiziali, tutto ha la dignità di ricevere la più profonda delle curiosità. Sullo sguardo Berger ha scritto molto, e molti sul suo sguardo hanno scritto, e a ragione. Dove tutto è vivido l’impressione è quasi politica, e in queste storie che ci vengono raccontate la voce si dichiara più volte anarchica.

Fin qui le riflessioni che il testo mi ha suscitato. Ma alla ricerca delle interpretazioni possibili sono affiorate domande, le più stimolanti delle quali senza risposte definitive. Nel capitolo ‘Cracovia’, per esempio, Ken, uno dei maestri di John, personaggio morto, da sempre ramingo, quando s’incontra con il suo ex allievo gli dice di pensarlo ancora come un principiante, e che – come fosse una conseguenza – se leggesse oggi i suoi libri resterebbe deluso. Sono tante le cose che ho ipotizzato a questo proposito, la più convincente delle quali: forse Berger, come probabilmente tutti i giramondo, brama un incantato dilettantismo che lo spinga a vedere per sempre le cose con uno sguardo candido, da perenne esordiente, temendo di potere perdere la purezza necessaria per guardare e quindi narrare le fattezze del mondo. Per analogia, inoltre, mi torna alla mente la richiesta tremante del narratore alla madre, sempre a proposito di scrittura: Perché non hai mai letto nessuno dei miei libri? con un tono che tradisce manifestamente un’insicurezza infantile, implorante quasi. E allora cos’è questo timore per la propria scrittura? Davvero paura di cristallizzarsi? O cos’altro?
Ancora. Sopra si parlava dei due corpi d’amanti che sfuggivano al bombardamento della città attraverso la fantasia del corpo, immaginato come una mappa all’interno del quale  spostarsi per non morire. Non si è detto però che alla fine i due smettono di fare l’amore e in quel preciso momento risentono cadere le bombe; al che di nuovo una nebulosa di domande: perché John continua a spostarsi nel Tempo in moto per le città d’Europa senza sosta, per fuggire dai bombardamenti di una modernità che oggi elude i misteri? Per non cedere a un presente immobile senza sfondo di passato e nient’altro?
Certo è che alla fine della lettura viene voglia di stare sempre con le valigie aperte non del tutto disfatte e sentirsi, come negli anni Trenta del Novecento quando: Tutto era in serbo o in transito. E non riposarsi mai, anzi, tenere sempre in carica la batteria della moto perché, in questa precarietà esistenziale: Ogni giorno bisogna decidere di essere invincibili.

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One thought on “John Berger, Qui, dove ci incontriamo, Bollati Boringhieri

  1. Dopo aver letto con attenzione questa splendida recensione penso che andrò a riprendermi in mano il libro (cosa che faccio raramente) per rigustarmelo.
    Il tema dello spazio-tempo è quanto più mi affascina della nostra precaria vita.

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