Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni, Quodlibet Compagnia Extra

di alessandro garigliano

Avrei dovuto comporre  l’articolo seminando solo una serie di citazioni del mio amato Ermanno Cavazzoni. Avrei dovuto prelevare dalla libreria  Il poema dei lunatici o Gli scrittori inutili, Vite brevi di idioti o Cirenaica e riempire il presente  post di frasi tratte da ognuno di questi libri, per dimostrare quanto Ermanno Cavazzoni possa essere capace di fare impazzire di gioia. Lo stile si sarebbe rivelato subito una perversa arma di seduzione, come il solletico. Qualcuno avrebbe anche potuto  considerare la lingua un mezzo di tortura, un approccio alle cose corrosivo e allo stesso tempo vanificante. Federico Fellini, che dal Poema dei lunatici trasse il suo ultimo film La voce della luna, disse di quel libro che: Pur provocando continuamente il riso per l’arbitrio che domina sovrano e toglie significato a ogni azione, gesto, pensiero, diventa a tratti straziante per il bisogno disperato di darglielo comunque un significato, perché la sua assenza stringe il cuore di paura, e rende la vita assurda.


La paura. Quando si sta in equilibrio su una corda a centinaia di metri da terra è inevitabile che si spalanchi sotto un vuoto che vortica e attira e attrae, e ognuno lo affronta a modo suo, a seconda del carattere, della propria esperienza. Io leggendo Cavazzoni provo un sentimento diverso, non di paura, ma di comprensione, di empatia. Per me il non-sense , l’assurdo, preservano vertiginosi vertici di significato, lo straniamento, il paradosso, sono punti di vista eversivi dai quali è più facile comprendere i massimi e i minimi sistemi.

E a Nestore lì gli è incominciata a non star dritta la testa; e ha ripetuto le frasi che diceva alla sua lavatrice, delle frasi dolcissime, per quello che si capiva, e di tenero amore; ma con la voce fluttuante e lo sguardo come un po’ rilasciato. (Il poema dei lunatici)

Il cambiamento repentino e traumatico di prospettive accerchia i fatti, i personaggi, gli umori, e se da un lato li scarnifica dall’altro li esalta fino all’apoteosi. Aprendo, a volte, voragini d’ineffabile amore.

Ma per me la faccenda che lei era un gallo si era sfumata.

Com’è che posso dirlo? Sì, mi avrà anche spennato alla fine, all’alba; mi avrà anche torturato il coppino. Ma ero corso dietro a qualcosa però, per tutta la notte, che era il colmo della felicità o qualcosa di simile. E se era un sogno lo volevo rifare. (Il poema dei lunatici)

Con Ermanno Cavazzoni non si può restare comodi nel travaglio della digestione a leggere limitandosi a evadere, qui ci si immerge con tutti i nervi e si gode e si piange.

Nei suoi libri si fonde sempre un sincretismo di generi letterari, mitologia e attualità, saggistica ed epica, la letteratura subisce uno smottamento perpetuo, fecondo. Le trame si espandono fino a quando non si esaurisce la fantasia del momento, e allora si rincula, si finge di ritornare all’ordine per poi, subito, come si esordisse di continuo, ripartire divagando senza requie. Per entrare in questo mondo lunatico bisogna amare le divagazioni, essere lettori erranti.

Molti sostengono che Cristo sia un extraterrestre. Lo ha sostenuto anche Raffaele Pelagatti per tutta la vita, ossia all’età di diciannove anni fino ai cinquanta circa, età a cui è deceduto. Questo è l’esempio di come una semplice idea campata per aria possa rovinare la vita di una persona. Diceva che Gesù Cristo era un extraterrestre caduto probabilmente da un missile la notte di Natale, o un extraterrestre illegittimo abbandonato da tre sicari sbarcati da un’astronave e vestiti come i re magi. I re magi poi sarebbero tornati a bordo; e infatti nessuno ne ha più sentito parlare.

Su tutto il resto era un uomo disposto a discutere e a trovare un compromesso, ma non sui re magi. Quindi diceva che Gesù si era in un certo senso imborghesito. Poiché lo avevano abbandonato in tenera età, era diventato uguale a tutti noi uomini; mentre sarebbero più importanti i re magi dal punto di vista della purezza della loro razza. E bisognerebbe vedere se son scesi altre volte qui sulla terra per buttare qualcosa, e se casomai scendono ancora di tanto in tanto. (Vite brevi di idioti)

Sarò stato contagiato anch’io da questo scrittore, perché di divagazione in divagazione non ho ancora affrontato il libro di cui devo parlare: Il limbo delle fantasticazioni, l’ultimo pubblicato. Come in molti altri suoi libri qui si affronta il tema della scrittura, sempre in modo eccentrico, spiazzante. La bandella già chiarisce: sarebbe un serio trattato di filosofia se non fosse un trattato comico, e un modo inusuale di narrativa. Cavazzoni aveva dedicato in passato un intero libro al tema: Gli scrittori inutili. Venivano catalogati in forma caricaturale scrittori di ogni sorta, con arte canzonatoria, di cui Cavazzoni è maestro, si tratteggiavano figure grottesche dedite alla creazione. Eppure tra lo sberleffo e l’invenzione rilucevano ritratti talmente parossistici da risultare verosimili.

Anche gli allievi non si erano mai piegati a nessuno; ma non risulta che nessuno li avesse voluti piegare, e anche il maestro non l’aveva mai voluto piegare nessuno, né alcuno aveva mai cercato di togliergli la libertà. Eppure solo l’idea li faceva inferocire, tanto che venivano ogni tanto invitati ai dibattiti pubblici e televisivi dove i loro furori facevano effetto. E venivano contrapposti generalmente ad altri scrittori più pacifisti, che però facevano la parte degli scrittori venduti, anche se da vendere avevano poco e in ogni caso compratori non se ne erano mai intravvisti, né compratori supposti, ipotetici, o compratori a venire. (Gli scrittori inutili)

Giuro che adesso parlo del Limbo delle fantasticazioni. E’ che non avevo mai scritto niente di Cavazzoni e adesso mi viene da dire tutto quello che ho pensato nel corso di questi anni. L’ultima pubblicazione non è da meno delle precedenti.  I generi vengono contaminati e nel far questo ridicolizzati. Il trattato si trasforma in manuale, il manuale in narrazione, la narrazione in storia ecc. Si dispensano consigli all’apparenza assurdi, ma sotto la preziosa patina ironica, secondo me, covano rivelazioni geniali, alle quali io non riesco a non attribuire bellissimi significati. Per esempio, l’artista viene paragonato al santo, definendo entrambi non solo maniaci e puri, ma tutt’e due incapaci di vivere senza esercitare in ogni momento della propria esistenza  l’arte che li infiamma e che alla fine l’incenerirà in modo glorioso.

Franz Kafka ha scritto negli ultimi anni della sua vita quattro racconti raccolti da lui in un libro col titolo Un artista del digiuno. Questi quattro racconti sono quattro vite di artisti, di genere molto particolare, e il libro si può anche intendere come una sola e insolita meditazione su questo fenomeno che è l’arte e il dedicarsi ad un’arte. Che non è un mestiere, come quello che uno esercita durante la vita, un po’ casualmente,  per campare, e anche spesso con estraneità, prestandosi a qualcosa che in fondo non lo riguarda e che spesso neppure gli piace; soprattutto nel mondo d’oggi, che i mestieri non si trasmettono di padre in figlio, e che un mestiere si cambia o si desidera farlo, in funzione di quel che più conta, lo stipendio, il tempo libero, la vita che si fa fuori d’ufficio, le vacanze eccetera. L’arte invece, a leggere queste pagine di Kafka, sarebbe una vocazione, o, più ancora, sarebbe lo scopo per cui uno sta al mondo, tanto che l’artista deve ubbidire alla sua arte come un insetto all’istinto. (Il limbo delle fantasticazioni)

Con l’irriverenza del comico in altre pagine viene attaccata l’ortodossia linguistica, la purezza. Con leggerezza si esalta la commistione di alto e basso, di ciò che è spirituale e ciò che è corporale, perché secondo il nostro autore isolare l’uno dall’altro sarebbe una sterile operazione di alchimia astratta, che non avrebbe riscontri nella realtà che viviamo e che siamo.

E’ come per gli elementi chimici, che nel mondo non si trovano mai (o quasi mai) puri, ma sempre misti ad altro, da cui bisogna estrarli per avere la tavola di Mendeleev tutta distinta e ordinata, cioè diciamo che l’universo è sporco, nel senso che è impuro,  un gran misto, un gran pattume confuso, dove l’oro sta in associazione col piombo o peggio. (Il limbo delle fantasticazioni)

Questa è da sempre la missione del comico: annientare le gerarchie. Mettere in scena la perfezione e la stortura, intrecciare il caos e l’ordine, il vuoto e l’essenza.

Un’ultima cosa mi preme scrivere. Non so come faccia, ma tra il serio e il faceto la narrazione pur essendo per molti versi ironica è pervasa da un’inquietudine tesa. Vengono messi in allerta gli scrittori che aspirano alla fama, cedendo a una tentazione demoniaca. S’invitano alla cautela coloro che volessero pubblicare, mettendoli in guardia dalla gente senza scrupoli che ruba le idee e poi le rivende: Come mai ci sono tanti dipendenti di case editrici che diventano improvvisamente scrittori? Si consiglia di comporre in libri di carta perché il libro di carta è una pietra tombale, e invece uno scritto in rete ricorda i morti annegati nel mare, insepolti. Insomma si rilevano una serie di interrogativi che lasciano per tutto il tempo il lettore intontito, divertito, eppure, come dire, relativamente in ansia, alla ricerca di un messaggio chiaro, schietto, come ci si aspetterebbe alla fine di un qualunque trattato filosofico. Così una degna conclusione dovrebbe al contempo risolvere e sferrare un ultimo attacco al bisogno di sicurezza dei lettori, dovrebbe consolarli e prendersi gioco della loro attenzione, dovrebbe riuscire a dare un senso a tutta la narrazione ma anche ad annientarlo, e così fa:

Ma io credo che si possa dire che già nei promotori dei grandi concentramenti librari (Biblioteche. Ndr) alberghi sotterraneamente, inconsciamente più o meno, lo spirito dell’incendiario, di Oscar il califfo, perché così facendo, accrescendo e accumulando, si evoca l’incendio, è a lui che si fa appello, gli si dà l’esca, si alimenta il suo appetito, che entra in orgasmo di fronte a tante animelle speranzose in copia unica, a tante salme cartacee. Come l’esorcizzatore, che entra in orgasmo di fronte agli scantinati pieni di bare socchiuse; allora sparge benzina e dà fuoco al tutto prima che suoni la mezzanotte. Un cimitero, invece, un onesto cimitero nessuno mai lo vorrebbe incendiare; anzi, a quanto ne so, anche gli incendiari ci vanno a passeggio, lì si consolano, danno acqua ai fiori, si beano, guardano il cielo evolvere, si fanno amici i merli con dei pezzi di frutta o dei bacherozzi, dicono loro arrivederci, a tra poco; poi escono verso le cinque, quando il guardiano suona una trombetta, che non è l’apocalisse, ma l’ora in cui, per decreto della giunta e del sindaco, si chiude il cancello alle visite e tutto tace. (Il limbo delle fantasticazioni)

A questo punto credo di avere appesantito l’idea d un libro che in realtà ha come caratteristica principale la piacevolezza. Ermanno Cavazzoni, grazie alla sua indiscussa capacità affabulatoria, anche in questo libello, vola lieve pur affrontando un tema gigantesco come quello dell’arte.

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2 thoughts on “Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni, Quodlibet Compagnia Extra

  1. Non saprei cosa aggiungere e come aggiungere, mi è piacciuto leggerti e richiamarne l’esperienza, ma l’emotività stuzzicata da questo piccolo prezioso mi porta a piggiare sulla tastiera. Una mattina di sole lessi Che cos’è la filosofia di Deleuze e stetti bene, un’altra mattina di sole di tanto tempo dopo Il limbo delle fantasticazioni di Cavazzoni che mi sembrò rispondergli. Stetti bene di nuovo e di più.

  2. Cavazzoni è una perla della nostra letteratura; poco letto, considerando la qualità della sua opera. Egli ha almeno due eccellenti compagni di scrittura: Gianni Celati e Daniele Benati.
    Fellini con il suo ultimo film non ha reso, a mio parere, un buon servizio a Cavazzoni: “Le voci della luna” è un film inutilmente ridondante e piuttosto noioso, con un Benigni fuori posto.
    “Seduzione” e “gioia”, scrive con notevole pertinenza Alessandro Garigliano (il quale ringrazio per questo suo importante testo) a proposito dell’opera di Cavazzoni.

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