Il 3 ottobre dei precari della scuola

di Angela Nicolosi

Appuntamento alle sei di sera venerdì, davanti a una stazione di Catania desolata, poiché resa inutile dal mancato arrivo dei treni. Il raduno è confuso, sotto tono, malinconico quasi: alcuni di noi a causa della sciagura di Messina non partiranno, mentre ognuno si chiede se sia opportuno farlo, alla luce della dolorosa tragedia. Io mi guardo intorno, saluto i colleghi della secondaria (alcuni conosciuti quando lavoravo ancora nella scuola, altri diventati cari in questi trenta giorni di occupazione del Provveditorato), e mi domando anche io se valga la pena di partire, con la prospettiva di un viaggio difficile perché la strada per Messina è bloccata, col rischio di affrontare la fatica per essere fagocitati alla fine dalla manifestazione per la libertà di stampa, ben più pubblicizzata della nostra per gli interessi diretti della stampa nazionale.

Però il nostro non è un giro turistico, ci diciamo che stiamo partendo per gridare davanti al Ministero della Pubblica Istruzione il diritto ai nostri posti di lavoro, per urlare che la scuola è una conquista della civiltà che non si può smantellare da un giorno all’altro con la scusa che dobbiamo fare economia. E così partiamo, listando a lutto come meglio si può le aste alle bandiere per i morti di Messina che ci portiamo nel cuore insieme al desiderio sacrosanto di farci sentire. La partenza era prevista per le sette e un quarto serali ma noi saliamo sulla nave che ci porterà a Villa San Giovanni solo oltre le dieci e riusciamo a partire ch’è quasi mezzanotte. Il mare è grosso, il vento è forte ma l’umore malgrado i tempi morti delle attese si è ripreso, sulle sedie piccole e dure della nave non si riesce a dormire e c’è chi gioca a carte, chi parla di politica, chi mangiucchia e chi racconta barzellette. Carmen chiacchiera con le colleghe di primaria, Alessandro lascia la moglie a sonnecchiare e fa amicizia col barista, Valeria gonfia il cuscino, Antonio ripone finalmente la lista dei presenti, Claudia è già afona e Luca ha per ognuno una battuta mentre sul ponte si beve il vino rosso e si fumano le sigarette con l’aiuto del vento. Alle due siamo a Villa e percorrere la strada a piedi fino al treno nella notte ancora umida è quasi piacevole, a parte il sonno e la consapevolezza del viaggio ancora lungo. Arriviamo a Roma in mattinata inoltrata. Il corteo degli studenti ce lo siamo perso, ma al MIUR ci andiamo subito lo stesso, raggiungiamo imanifestazione colleghi romani del presidio permanente davanti al ministero, indossiamo le magliette blu precario e poi di corsa sulle scale, a gridare finalmente sotto le finestre alla Gelmini che con i tagli non ci stiamo, siamo sbattuti dal viaggio ma la voce viene forte, ognuno ha la sua storia, abbiamo età diverse e cultura differente ma le idee sono le stesse e sono chiare, la polizia dietro di noi ci guarda male ma non abbiamo paura perché la battaglia è giusta e le cose che gridiamo in coro in faccia al sole ce le abbiamo sullo stomaco da un anno. Siamo insieme, professori, maestri, personale ATA, genitori, siamo gli esclusi della scuola accalcati dopo anni di studio e di lavoro in graduatorie a esaurimento che non si esauriscono mai, veniamo fuori dai concorsi statali, dai corsi universitari, dai master, da corsi e corsetti a punti inutili, costosi ma autorizzati dallo Stato, pagati per mantenere il diritto a un lavoro onesto contro un territorio di mafia dove occupazione significa sovente connivenza e corruzione. Così, quando più tardi percorriamo le strade di Roma insieme agli altri comitati precari della scuola, precari giunti da tutte le regioni d’Italia, quindicimila persone che marciano con gli striscioni e i fischietti per ribadire che i figli degli italiani hanno diritto a una scuola efficiente anche quando non se la possono pagare, che abbiamo diritto di ritornare a lavorare nelle nostre scuole dove c’è ancora bisogno di noi per garantire al meglio a tutti il diritto di studiare, mi dico che nonostante le televisioni non stiano parlando di noi, malgrado un viaggio di cui domani sui giornali locali e nazionali quasi non ci sarà traccia, nonostante la politica governativa finga che non esistiamo e l’opposizione per assenteismo si lasci sfuggire l’occasione di fare cadere un governo che ci cancella dal lavoro, questa strada di Roma, percorsa da migliaia di persone che gridano insieme e fischiano e chiedono il diritto al lavoro e all’istruzione, è l’unico posto al mondo dove in questo momento storico si deve stare. Non solo per la scuola. Non solo perché l’Italia deve rimanere un paese civile e libero, non soltanto perché non possiamo restare inermi ad assistere alla decimazione del personale della scuola, nel più grande licenziamento di Stato degli ultimi tempi. Ma perché questa è una battaglia per la dignità. Per il merito. Una battaglia della gente onesta che vuole continuare onestamente a lavorare. O semplicemente riuscire, senza frustrazione, senza vergogna, a guardarsi in faccia allo specchio la mattina.

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