Murakami Haruki, La fine del mondo e il paese delle meraviglie, Einaudi

di alessandro garigliano

Negli ultimi mesi ho letto soprattutto libri di letteratura italiana di autori contemporanei, e spesso, non sempre, nel nostro paese i romanzi sono realistici, ingaggiano un corpo a corpo con la cronaca, narrano fatti ed eventi verosimili, aderenti al vissuto quotidiano. Alcuni libri li ho amati, altri li ho solo apprezzati, altri ancora, invece, non mi sono per niente piaciuti (nessun nome). E’ vero d’altra parte però che esiste un filone nella nostra letteratura che io adoro, quello dei ‘folli’. Li elenco alla rinfusa: Manganelli, Landolfi, Volponi, Cavazzoni, e chissà quanti me ne dimentico. Autori surrealisti che s’inventano mondi e che dentro la mia testa appaiono come immersi in un medesimo genere, trasognato. Ecco, negli ultimi tempi in Italia ne scovo sempre meno libri di fantasia.


A rammentarmi la predilezione per il ‘genere folle’ è stato il libro di Murakami Hakuri, La fine del mondo e il paese delle meraviglie. Il protagonista lo troviamo da subito rinchiuso in un’anomalia, dentro un ascensore che ha la stessa funzione di quei segni che nelle favole conducono a mondi diversi. La lentezza con cui l’ascensore si muove fa sì che il tempo si dilati e che la percezione subisca contraccolpi inattesi. Alla fine la porta si apre e da lì la trama s’intreccia: il protagonista scopre, col tempo, di essere un eroe, sorgono conflitti tra entità surreali, il Sistema contro i Semiotici, non mancano i mostri, gli Invisibili, creature ctonie che vivono nelle tenebre metropolitane, e in uno dei due mondi rappresentati pascolano anche bellissimi unicorni. I due mondi sono narrati parallelamente, con un montaggio alternato, uno è fantascientifico, una Tokyo futuribile e disumana e l’altro è un parto dell’inconscio, una città immortale, con una fortificazione imponente e viva, all’interno della quale gli abitanti non hanno il cuore e le emozioni sono anestetizzate. Gli ingredienti sono, bene o male, i soliti, ma non è di questo che voglio parlare. E non è della trama che m’interessa raccontare.
Mi ha affascinato, invece, la malinconia. Il personaggio principale, un Cibermatico, è una persona metodica. Ha un amore tenero per le piccole cose, ha una collezione fornita di film classici, si gusta qualunque genere musicale. E credo di essermi innamorato del protagonista nell’esatto momento in cui, tra le coperte, avvolto da un sonno caldo, meritato, sorge sommessa la confessione di un piacere magico, assoluto, della quotidianità: Non c’è nulla che mi piaccia di più di quel breve intervallo di tempo che va da quando mi infilo nel letto a quando mi addormento. Mi porto qualcosa da bere, ascolto la musica, leggo qualche pagina. E’ un piacere immenso, come un bel tramonto o l’aria pura e pulita.
Nessun’altra definizione potrebbe meglio delineare il carattere di questo eroe. Per capire il motivo per cui il libro mi è piaciuto bisogna partire da queste frasi e immaginare contro una tale indole e una conseguente esistenza un’aggressione esemplare da parte di meravigliose invenzioni e surreali conflitti.
Momento preferito:
– E pensi che io possa entrare nella tua limitata visione del mondo? – chiese lei.
– Chiunque ci può entrare. E chiunque ne può uscire. Questo è il vantaggio di una visione limitata. Basta pulirsi bene le scarpe quando si entra e chiudere bene la porta quando si esce. Fanno tutti così.

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4 thoughts on “Murakami Haruki, La fine del mondo e il paese delle meraviglie, Einaudi

  1. Anche se ti imponi di leggere gli italiani, alla fine è sempre un forestiero che ti colpisce. Non starò ad analizzare la cosa, certo è che io, che per altro sto leggendo sempre meno, gli italiani tendo ormai ad evitarli. Non si tratta tanto dell’assenza di follia. Il fatto è che aborro la cronaca, che è ormai solo cronaca nera, e i nostri scrittori fanno cronaca. Quello che non trovo è un aggancio a qualcosa di più alto, ai tratti perenni di un popolo, alle costituenti fondamentali dell’uomo (a tutte e non solo al Male). Mi manca insomma una rappresentazione di ampio respiro. Tutto è ormai racchiudibile in un genere, ovvero in uno spicchio di realtà, ovvero nel falso.

  2. elio, anch’io, come il protagonista di murakami haruki, ho una visione limitata, m’interesso innanzitutto delle cose che mi stanno vicino, perché penso di poterle capire meglio. mi occupo di letteratura italiana perché sono italiano, semplicemente. e devi considerare che in generale do la precedenza alla cultura italiana su quella straniera, con tutto quello che questo comporta (pensa al cinema italiano, gli immensi sorrentino e garrone esclusi, cosa mi tocca vedere… o alla musica…). ma non è che ‘m’imponga’ di leggere gli italiani, la sento più come una naturale necessità. ciò detto, su quello che sostieni potremmo dibatterne a lungo, è un tema che mi appassiona, e spero di potere affrontare il discorso proprio su liotroblog. accetto, anzi richiedo contributi: sul male, dico (so a cosa ti riferisci), e sul resto nella cultura italiana.

  3. Ciao a tutti, se siete appassionati di Murakami (io lo adoro!) vi consiglio un cd di musica jazz, non a caso il genere di musica che ama Murakami, ispirato ai suoi libri….una meraviglia!!! Vi dico solo che ci sono dei brani intitolati dolphin hotel, naoko’s theme, norwegian wood….si intitola APNEA della Abeat Records e i musicisti sono Max De Aloe all’armonica cromatica e Bill Carrothers al piano. Io l’ho trovato per caso alla Ricordi a Milano ma so che lo vendono anche su questo sito /www.jazzandmore.it/ una meravigliosa scoperta….merita davvero!! Ciao e buon ascolto. Sara

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