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	<description>Diario di Alessandro Garigliano</description>
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		<title>Hanno ucciso Don Chisciotte</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 14:31:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>liotro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(questo articolo è stato pubblicato su minima&#38;moralia) di Alessandro Garigliano Il cavaliere dalla Trista Figura cavalcava lasciando che Ronzinante, il destriero, scegliesse la direzione che voleva seguire. Procedevano entrambi magrissimi, scavati. Sancio Panza li scortava sul ciuco al trotto come un patriarca. La natura attorno desertificata, nel terreno arido crepe ramificate a scaglie. Finché da [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=liotroblog.com&amp;blog=9387180&amp;post=406&amp;subd=liotro&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<address><a href="http://liotro.files.wordpress.com/2011/11/img0051.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-409" title="img005" src="http://liotro.files.wordpress.com/2011/11/img0051.jpg?w=450&#038;h=285" alt="" width="450" height="285" /></a>(questo articolo è stato pubblicato su <a href="http://www.minimaetmoralia.it/" target="_blank">minima&amp;moralia</a>)</address>
<p>di <strong>Alessandro Garigliano</strong></p>
<p>Il cavaliere dalla Trista Figura cavalcava lasciando che Ronzinante, il destriero, scegliesse la direzione che voleva seguire. Procedevano entrambi magrissimi, scavati. Sancio Panza li scortava sul ciuco al trotto come un patriarca. La natura attorno desertificata, nel terreno arido crepe ramificate a scaglie. Finché da molto lontano non si sentì arrivare un&#8217;altra avventura. Si avvertì clangore di ferraglia e schiocchi di frusta e urla di incitazione. Ronzinante arrestò il passo e Sancio cominciò di nuovo a preoccuparsi. I giganti che avrebbero dovuto sconfiggere e i regni ancora da conquistare stavano inabissando all&#8217;orizzonte l&#8217;isola promessa dal prode <em>hidalgo</em>. Don Chisciotte si illuminò fiero con l&#8217;elmo di Mambrino in testa guardando fisso davanti a sé. Polvere sospesa a vortici, e silenzio. A una certa distanza si vide poi scintillare il sole su qualcosa che doveva essere ferro. L&#8217;abbaglio si diffuse su un&#8217;intera struttura di sbarre, che si avvicinò sempre di più a passo pesante. Don Chisciotte si assicurò bene sulle staffe, tenne pronta la spada e impugnando la lancia disse:</p>
<p>- <em>Dove andate, amici? Che carro è questo? Cosa trasportate?</em></p>
<p>Alla guida del carro altri non c&#8217;era che il baccelliere Sansone Carrasco, laureato a Salamanca, vestito per l&#8217;occasione con abiti elegantissimi:</p>
<p>- <em>Il carro è mio e sopra c&#8217;è una gabbia con un feroce leone, omaggio del governatore per Sua Maestà, il Re.</em></p>
<p>- <em>Ed è grande il leone? </em>- domandò don Chisciotte.</p>
<p>- <em>Tanto grande </em>- rispose il baccelliere &#8211; <em>che di così grandi non ne sono mai venuti dall&#8217;Africa nella Spagna. Io sono il guardiano, e ne ho condotti degli altri, ma come questo mai. Proprio adesso muore di fame perché stamani non ha mangiato, e quindi la Signoria Vostra faccia il favore di farsi da parte, perché ho bisogno di arrivare presto dove devo sfamarlo.</em></p>
<p>Don Chisciotte sorrise leggermente.</p>
<p><span id="more-406"></span></p>
<p>- <em>Un solo leone? Per Dio! Gliela farò vedere a quei signori che me lo mandano, se io son uomo da aver paura. Scendete, brav&#8217;uomo, e poiché siete il guardiano, aprite queste gabbia, e mettetemi fuori questa bestia, e in mezzo a questa landa vi farò conoscere chi è don Chisciotte della Mancia, ad onta e dispetto degli incantatori che me lo mandano.</em></p>
<p>Il baccelliere pensò stupefatto che il cavaliere si stesse prendendo gioco di lui.</p>
<p>- <em>Incantatori? Dove scorge incantatori la Signoria Vostra? Il leone, il carro, la gabbia, è tutto reale.</em></p>
<p>Mentre il cavaliere si ergeva altero in attesa che il guardiano obbedisse ai suoi ordini, Sancio Panza s&#8217;accostò al baccelliere e gli disse:</p>
<p>- <em>Signore, per l&#8217;amor di Dio, faccia in modo che il mio padrone non affronti questo leone, perché se lo affronta, ci fa a pezzi.</em></p>
<p>- <em>Come?</em>- rispose il gentiluomo &#8211; <em>il vostro padrone è così pazzo, che voi lo credete capace di affrontare una bestia così feroce?</em></p>
<p>- <em>Non è pazzo </em>- rispose Sancio &#8211; <em>ma temerario.</em></p>
<p>Il baccelliere scavalcò Sancio e avvicinatosi a Don Chisciotte, che insisteva per fargli aprire la gabbia, gli disse:</p>
<p>- <em>Signor cavaliere, i cavalieri erranti debbono intraprendere delle avventure che offrono qualche probabilità di successo, e non di quelle che non ne hanno nessuna; perché quando il coraggio varca i limiti della temerarietà, è più pazzia che forza; tanto più che questo leone non si sogna neanche di venire contro la Signoria Vostra, ma è destinato in dono a Sua Maestà, e non sarà bene fermarlo e impedire il suo viaggio.</em></p>
<p>- <em>Vada, vada, signore </em>- disse don Chisciotte &#8211; <em>Vada pure a divertirsi con il suo passerotto addestrato, con le sue brave tigri domestiche, si potrà godere il suo circo quando lo vorrà, ma lasci che ognuno faccia il suo mestiere. Questi è il mio, e io so benissimo se viene o non viene per me questo signor leone.</em>- Poi perse la pazienza &#8211; <em>Cristo Santo! </em>- urlò &#8211; <em>Se non aprite subito la gabbia, pezzo di birbante, con questa lancia v&#8217;inchiodo sul carro.</em></p>
<p>Il baccelliere vide la ferma decisione di quel fantasma armato:</p>
<p>- <em>Signore </em>- gli disse &#8211; <em>mi faccia la carità di lasciarmi prima staccare le mule e poi mettermi in salvo con loro, prima di aprire la gabbia.</em></p>
<p>- <em>Uomo di poca fede </em>- rispose don Chisciotte &#8211; <em>scendi, stacca e fa&#8217; quel che vuoi. Presto vedrai che ti affatichi invano, e che potevi fare a meno di tante precauzioni.</em></p>
<p>Il baccelliere in un baleno staccò le mule e diede voce alla paura gridando al paesaggio deserto:</p>
<p>- <em>Mi siano testimoni l&#8217;aria, la terra e questi due morti viventi, che contro la mia volontà, costretto dalla violenza, apro la gabbia e metto in libertà il leone, e che dichiaro fermamente a questo signore che lo tengo responsabile di tutte le disgrazie e i danni che farà questa bestia, più il mio salario e gli altri diritti dovutimi. E lei, scudiero, si ponga in salvo prima che apra: quanto a me sono sicuro che non mi farà nulla.</em></p>
<p><em>­</em>            Sansone Carrasco si riprovò a persuaderlo a non fare una simile pazzia, dicendogli che era un voler tentare Iddio il commettere una tale stravaganza, ma don Chisciotte rispose che sapeva lui quel che faceva.</p>
<p>Sancio si mise allora a supplicare il padrone in lacrime. Lo pregò che desistesse dall&#8217;idea di quell&#8217;impresa, al cui paragone quella dei mulini a vento, quella spaventosa delle gualchiere e finalmente tutte quante quelle che aveva compiuto nel corso della sua vita, non erano state che confetti e zuccherini.</p>
<p>- <em>Stia bene attento, signor padrone </em>- diceva Sancio &#8211; <em>qui non si tratta d&#8217;incantesimi, né di cose simili. L&#8217;ho vista io traverso le sbarre della gabbia un&#8217;unghia proprio di leone, e se tanto mi dà tanto, il leone che ha un&#8217;unghia di quella fatta dev&#8217;essere più grande di una montagna.</em></p>
<p>- <em>O per lo meno sarà la paura </em>- rispose don Chisciotte &#8211; <em>che te lo fa parere più grande di mezzo mondo. Ritirati, Sancio, e lasciami solo; e se muoio, ricordati i nostri patti: andrai da Dulcinea, e non ti dico altro.</em></p>
<p>Sancio allora abbassò lo sguardo, spronò il ciuco e cercò di allontanarsi più che poteva, prima che il leone saltasse fuori. Piangeva il padrone per morto, perché quella volta si rese conto che il padrone sarebbe rimasto tra gli artigli del leone; malediva la sua sorte e l&#8217;ora e il momento in cui gli era venuta l&#8217;idea di entrare al suo servizio; ma intanto mentre piangeva e bestemmiava, non cessava di bastonare il ciuco perché si allontanasse dal carro.</p>
<p>Il baccelliere quando vide Sancio lontano, ripeté a don Chisciotte ciò che già gli aveva dichiarato e protestato, ma quello gli rispose che aveva capito e che la facesse finita, perché tutto sarebbe stato inutile, e che facesse presto. Durante il tempo che il baccelliere impiegò ad aprir la prima gabbia, don Chisciotte si chiese se non fosse il caso di combattere a piedi piuttosto che a cavallo, infine si decise a battersi a piedi, temendo che alla vista del leone, Ronzinante, si spaventasse. Per questo saltò giù dal cavallo, buttò via la lancia, imbracciò lo scudo, e sguainata la spada, lentamente, un passo avanti l&#8217;altro, con meraviglioso sangue freddo e intrepido cuore, venne a mettersi davanti al carro, raccomandandosi sinceramente prima a Dio e poi a Madonna Dulcinea.</p>
<p>Il baccelliere, avendo visto ormai don Chisciotte in posizione, e non potendo fare a meno di aprire la gabbia, sotto pena di incorrere nell&#8217;ira dell&#8217;indignato e temerario cavaliere, spalancò il cancello e rimase lì come un domatore in confidenza con la propria creatura. Il leone apparve in tutto il suo spaventevole aspetto. La prima cosa che fece, fu di rizzarsi e rivoltarsi nella gabbia dove era sdraiato; stese una gamba e si stirò tutto: poi aprì la bocca, sbadigliò lungamente, e con quasi due palmi di lingua che tirò fuori, si pulì gli occhi e si lavò il muso: fatto questo, mise la testa fuori dalla gabbia e guardò da tutte le parti con occhi di bragia: vista e contegno da mettere spavento alla temerità in persona. Ma don Chisciotte lo fissava intensamente con la più viva brama che saltasse giù dal carro e venisse con lui alle mani, fra le quali contava di farlo a pezzi.</p>
<p>Fin qui arrivò l&#8217;estremo ardimento della sua incredibile follia. Ma il leone, con indifferenza regale, dopo avere guardato di qua e di là, si diresse verso don Chisciotte con grande flemma ed eleganza. L&#8217;ardimentoso mancego allora irritato spronò il domatore Carrasco a bastonare il leone, perché accelerasse i tempi del duello.</p>
<p>- <em>Questo poi no</em> &#8211; rispose il baccelliere &#8211; <em>perché se lo faccio arrabbiare, il primo ad essere sbranato sarò proprio io. Per nulla al mondo voglio rischiare che la bestia si rivolti contro di me, che da quando me l&#8217;hanno affidata non ho fatto altro che assecondarla.</em></p>
<p>Alla fine la bestia si mosse felpata senza bisogno di spinta e, raggiunta una discreta distanza, prese a tracciare cerchi ristretti attorno a quell&#8217;uomo. E per un poco di tempo continuò a girargli attorno curiosa, probabilmente perché l&#8217;olfatto non percepiva non solo nessun odore di sangue, ma nemmeno di carne. Il cavaliere stava emaciato, pelle e ossa, pronto alla sfida. Volto smunto, baffi spioventi, profilo aquilino, un torace lunghissimo issato come una bandiera lasciata involontariamente a garrire. Con l&#8217;istinto di placare la fame, il leone studiò la preda fino a quando poté.  Fino a quando glielo permise il glorioso mancego, lo specchio al quale dovrebbero riflettersi tutti i valorosi del mondo, che, senza più attendere, allungò la spada sferrando uno, due colpi ai fianchi incavati dell&#8217;affamato felino. E fu il cavaliere a impazzire sentendo scorrere il sangue, vide davanti a sé apparire al galoppo sui secoli la fama immortale, sembrava sentisse i posteri narrare la gloria che aveva raggiunto, indomabile. Ma mentre immaginava di dilatare con le sole mani le fauci della bestia o di strozzarla serrando le braccia a cappio sul collo, a distanza di sicurezza, su tutt&#8217;altro versante, correva senza alcuna speranza il pauroso scudiero. Sancio non cessava di piangere, gridava straziato dal panico, trascinando il ciuco con forza per fare più in fretta. Non fuggiva pensando adesso al proprio padrone, ma alla moglie Teresa e alla figlia. Credeva ora di avere scoperto il fallimento di tutta una vita. Avere abbandonato la vita dei campi, la famiglia, per seguire l&#8217;<em>hidalgo</em> e il governatorato di un&#8217;isola, gli sembrava, ora, tutto d&#8217;un tratto, nell&#8217;avventura più alta, follia, ardimento senza buon senso. Nessuno l&#8217;avrebbe ormai ripagato del proprio salario, il servizio sarebbe andato perduto, e l&#8217;amico, Alonso Chisciano il Buono, defunto. Si sentiva smarrito e perso nel mondo.</p>
<p>Fino a quando non giunse da molto lontano un urlo. E Sancio accelerò il passo temendo che il leone potesse raggiungerlo ovunque. L&#8217;avrebbe senz&#8217;altro scovato, pensava il povero Sancio, affannandosi senza girarsi; e nel frattempo montava una rabbia rigenerata contro chi gli aveva appiccicato due ali di formica per farlo volare, contro chi si era proclamato invincibile, giurando che non l&#8217;avrebbe mai lasciato da solo. Sancio allora non se ne accorse nemmeno, ma con gli occhi chiusi per la paura, provando ancora terrore e una rabbia sempre più intensa, senza guardarsi né alle spalle o davanti, seguendo un inopinato comando del cuore, fece inversione, precipitandosi in soccorso dell&#8217;urlo, del proprio padrone.</p>
<p>Fece in tempo a vedere don Chisciotte felice parare i colpi alla bestia famelica. Lo scudo a pezzi per terra, la spada, la celata, il morione: coriandoli sparsi lì intorno. Solo l&#8217;elmo vide sospeso intatto su un ramo. Il cavaliere adamitico, fatto a brandelli con morsi continui e rabbiosi, si afflosciava disossato contro la belva in tentativi di abbracci. A quel punto Sancio abbassandosi ad ariete verso il nemico cercò di proteggere il corpo paterno colpendo il leone. All&#8217;inizio, infatti, la bestia sorpresa cadde per terra e Sancio pensò solo a raccogliere il cavaliere spezzato. Ma poco dopo, in modo meccanico, il leone balzò di nuovo in avanti, ruggì spalancando la bocca furioso, e di Sancio, dopo qualche minuto, non restarono che ossa e macchie di sangue.</p>
<p>Sfamatosi, il leone tornò nella gabbia e, dopo avere mostrato il deretano ai corpi maciullati per terra, riprese a dormire. Sansone Carrasco prudentemente ritornò da dove si era alla fine nascosto e, contemplando la strage non senza pietà, chiuse la gabbia e proseguì per  ultimare l&#8217;incarico che aveva da fare.</p>
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		<title>Angela</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 22:48:42 +0000</pubDate>
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		<title>Artéfici e artifici &#8211; Una riflessione sul Don Chisciotte</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 12:13:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(questo articolo è stato pubblicato su minima&#38;moralia) di Alessandro Garigliano Nella mappa delle avventure di don Chisciotte a fiutare le scelte, a decidere il percorso è a ogni bivio Ronzinante, il destriero. Durante la lettura e la rilettura del romanzo di Cervantes, questa è sempre stata per me un&#8217;opzione narrativa piena di senso, paradigmatica. L&#8217;hidalgo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=liotroblog.com&amp;blog=9387180&amp;post=394&amp;subd=liotro&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;" align="center"><a href="http://liotro.files.wordpress.com/2011/10/img006.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-395" title="img006" src="http://liotro.files.wordpress.com/2011/10/img006.jpg?w=489&#038;h=614" alt="" width="489" height="614" /></a></p>
<address>(questo articolo è stato pubblicato su<a href="http://www.minimaetmoralia.it/" target="_blank"> minima&amp;moralia</a>)</address>
<p style="text-align:justify;" align="center">di <strong>Alessandro Garigliano</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="center">Nella mappa delle avventure di don Chisciotte a fiutare le scelte, a decidere il percorso è a ogni bivio Ronzinante, il destriero. Durante la lettura e la rilettura del romanzo di Cervantes, questa è sempre stata per me un&#8217;opzione narrativa piena di senso, paradigmatica. L&#8217;<em>hidalgo</em> che vuole restaurare nel presente l&#8217;Età dell&#8217;oro, sfidando giganti a forma di mulini a vento, leoni liberati, e mandrie di pecore e montoni come fossero eserciti; il cavaliere che impone la propria illusione alla realtà con eroico sprezzo del ridicolo, quando si tratta di prendere una direzione e imbarcarsi in una nuova avventura, lascia che a decidere sia il suo cavallo: sfida la sorte con il caso. La prima interpretazione che mi è venuta in mente è stata di ammirazione, come se don Chisciotte fosse un condottiero refrattario alla paura, indifferente a qualsivoglia difficoltà che la strada, la vita, la realtà avrebbero potuto scagliargli addosso a seconda del varco selezionato. Indossando un&#8217;armatura desueta, rattoppata alla bisogna col cartone, impugnando armi spuntate e cavalcando un ronzino che, pur assurto a Ronzinante, rimane emaciato e privo di prestanza: l&#8217;eroe comunque va. L&#8217;eroe, ovunque vada, ha una volontà che fa a pezzi il destino.</p>
<p style="text-align:justify;" align="center"><span id="more-394"></span></p>
<p style="text-align:justify;">            Con il passare del tempo poi, le mosse del cavallo nella scacchiera dell&#8217;esistenza mancega sono a tal punto rimaste latenti nella mia testa da stimolarmi ad approfondire il tema, come se questa scelta di Cervantes non fosse soltanto una scelta narrativa, ma fosse anche una fondamentale predilezione di poetica. Nella propria foresta (altro che bosco!) narrativa, mi sembra, Cervantes decida di non calare una griglia a maglie strette che intrappoli ogni fuga di trame, chiudendo la strada a possibili variazioni feconde (di racconti estranei alla storia centrale, per esempio), riuscendo così a evitare di raccogliere nella rete un malinteso senso di coerenza e una malinconica coesione. Mi pare, quindi, che nel <em>Chisciotte</em> l&#8217;eroe fa l&#8217;eroe, avanza, procede, s&#8217;inoltra, non attende agnizioni, non rinuncia alle ripetizioni chapliniane di chi cade, si alza, ricade, senza per forza apprendere dall&#8217;esperienza tramite l&#8217;espediente formale della maturazione progressiva. Il cavaliere dai Leoni conquista palmo a palmo la gloria attraverso avventure prive di reti, come ha raccontato lo strepitoso Unamuno: don Chisciotte assedia il presente con la forza della fede, non ci sono prudenze e non esistono calcoli. E mentre il protagonista non teme il futuro e osa temerariamente, le trame, lo seguono al passo, si infilzano l&#8217;una con l&#8217;altra <em>a schidionata</em> (direbbe Sklovskij) senza nessuna vera cornice che imponga un confine alla creatività sbizzarrita. Allignano inoltre smemoratezze, repentine mutazioni onomastiche, luoghi di cui volutamente non ci si ricorda il nome, spie, a mio avviso, di un&#8217;intera costruzione che non s&#8217;inchina al modello, ma lievita attraverso scalpitanti scarti e improvvisazioni. Insomma, la fantasia del <em>Chisciotte</em>, che corre libera e onnipotente, è cavalcata sì dal suo protagonista, che è d&#8217;altronde <em>ingenioso</em>, ma è anche sguainata dal suo autore. Naufragando tra le pagine ho immaginato la fantasia &#8211; questo tipo di fantasia che ama sorprendere e sorprendersi, capace di contaminazioni tra generi &#8211; giacere nella progettazione e nella concretizzazione della storia, con il risultato di comporre, consapevole o meno, un&#8217;<em>opera mondo</em>, polifonica. Da un lato quindi l&#8217;immaginazione sfrenata senza inibizioni, ma dall&#8217;altro però non bisogna cadere nell&#8217;ingenuità di pensare a una narrazione anarchica, che proceda alla cieca senza mete precise. Nel senso che il flusso della storia del romanzo scorre esattamente come l&#8217;illusione che esalta la mente del suo protagonista, il quale, pur inabissandosi per scelta nel caos delle avventure, ha ben chiaro fin dall&#8217;inizio lo scopo della propria missione: raddrizzare i torti, soccorrere i deboli, far rivivere insomma, come detto, l&#8217;Età dell&#8217;oro. In sostanza, la pazzia del protagonista e dell&#8217;autore ha una logica. E se ci si sofferma a riflettere un momento, a proposito di folle logicità, non credo si possa essere in disaccordo con Lionel Trilling quando dice: <em>E&#8217; stato detto che tutta la filosofia è una nota in calce all&#8217;opera di Platone. Può dirsi che tutta la narrativa sia una variazione sul tema del don Chisciotte</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">            Tutto quanto affermato sopra però riguarda soprattutto la prima parte del capolavoro del <em>Siglo de oro</em> spagnolo. Scritto nel 1605, fu seguito nel 1614 da una sorta di scandalo: <em>Il segundo tomo del ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha</em>. Fu un testo apocrifo di cui tutt&#8217;oggi si ignora la vera identità dell&#8217;autore (forse addirittura Lope de Vega!), che fece incazzare il nostro Cervantes. Arrabbiato sì, ma stimolato ad accelerare l&#8217;uscita della veridica seconda parte del <em>Chisciotte</em>, che sarà pubblicata nel 1615. Ho citato il volume apocrifo anche per un motivo preciso, perché ho l&#8217;impressione, ascoltando altri critici, che Cervantes si sia fatto, con reinterpretazioni geniali, influenzare. Nel libro di Avellaneda, pseudonimo autore della versione usurpatrice, il protagonista si muove in qualche modo sotto controllo, la sua follia, che vira qui banalmente nel grottesco (e forse non a caso) è quasi sempre messa al guinzaglio da nobili cortigiani e lo pseudo don Chisciotte finirà &#8211; con lineare conseguenza, perché i nobili, e la società in generale, non si limitano mai a una libertà vigilata senza scadenza &#8211; in manicomio. Ora, la versione autentica del Cervantes del 1615, è anch&#8217;essa per larga parte ambientata in una corte e il protagonista anch&#8217;egli tenuto in gabbia da un duca e una duchessa che diventano i suoi domatori. E io vorrei adesso concentrare la mia analisi proprio qui, su questa violenza circense. Don Chisciotte, fino all&#8217;entrata nel palazzo ducale, si era distinto quale eroe selvaggio, aveva dormito all&#8217;addiaccio, non aveva avuto bisogno di cibo, attraverso le proprie avventure temerarie aveva mortificato il corpo, ma soprattutto aveva liberato la fantasia creatrice con una tale potenza da modificare impercettibilmente nell&#8217;immagine del lettore la realtà circostante. Avevo avuto l&#8217;impressione che la letteratura moderna, nella sua culla, avesse trionfato slabbrando gli schemi, istintiva. Invece, allorquando si sono spalancate le porte del palazzo dei duchi, mi è sembrato che io lettore, il protagonista e l&#8217;arte di scrivere iniziassimo una vera e propria <em>via crucis.</em> I duchi avevano letto il primo volume del <em>Chisciotte</em> e conoscevano quindi la natura della follia del cavaliere della Mancia. Avendo studiato a menadito il contesto storico al quale don Chisciotte credeva di appartenere, i suoi punti deboli, le velleità del sedicente eroe, si erano sentiti in grado di riprodurre, con mezzi ingenti e numerosi valletti, l&#8217;epoca invisibile che fino ad allora aveva galleggiato solo dentro la testa di don Chisciotte. E allora iniziano ad architettare la loro beffa, a riprodurre con la tecnica del <em>mise en abyme</em> le illusioni immacolate (come fossero artisti del Postmoderno). Ecco, anche qui è impossibile per me non affrontare questioni di teoria della letteratura. Il romanzo, in questa seconda parte, è infatti molto più controllato: irreggimentato. Cervantes ammette di avere ricevuto critiche per la mancanza di coesione nella prima parte, ma, da par suo, aggiunge che, in questa seconda parte, avrebbe dovuto essere elogiato più per tutto quello che non aveva potuto scrivere, sacrificandolo sull&#8217;altare dell&#8217;uniformità, che per ciò che aveva alla fine raccontato. Ma i geni si salvano in qualsiasi situazione. Invece io ho avuto l&#8217;impressione che, nella prima e nella seconda parte, vi fossero due concezioni distinte e, forse opposte, di letteratura. Della prima parte ho già detto, della seconda dirò adesso. I duchi che conoscono già la storia dell&#8217;<em>ingenioso hidalgo</em> somigliano a coloro che hanno letto tantissimi libri. I duchi credono di potere manipolare la materia rarefatta dei sogni di don Chisciotte attraverso messe in scene di cartapesta. Imbrigliando la fantasia impenetrabile e invincibile dell&#8217;eroe, ne costruiscono un modello nel quale ciò che era incanto diventa trucco. L&#8217;intero apparato serve magnificamente a far echeggiare una forma persuasiva di affabulazione, rendendo quello che era un discorso spontaneo ispirato, una diabolica tecnica seducente. Non c&#8217;è dubbio che i duchi e i sapienti posseggono una buona dose di inventiva, che siano capacissimi di elaborare storie fantastiche e di intrecciarle destando una fascinazione rara. Ma la differenza di fondo sta nel fatto che quella che era nella prima parte una sfida, adesso è diventata puro calcolo: le scorrerie ignare lungo la Mancia, le scommesse alla cieca, l&#8217;amore clownesco della Sierra Morena fatto di poesia e capriole, adesso si congelano nella finzione assoluta di dichiarazioni d&#8217;amore in rime false e ostentate. Credo insomma che, mentre alla corte dei duchi si sia consumata una versione dell&#8217;arte simile a un gioco, dove le regole sono stabilite e a nessuno è dato violarle, così mortificando in ogni senso protagonista e autore, nella prima parte, invece, il cavaliere e il suo creatore non abbiano avuto in senso letterale davvero paura di niente, nella forma e nel contenuto, come raramente accade, si ha chiara la percezione che siano stati sfidati gli dei, armati di <em>ybris.</em></p>
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		<title>Le tolga le mani di dosso, presidente!</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 12:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>liotro</dc:creator>
				<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[george mcfly]]></category>
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		<category><![CDATA[ritorno al futuro]]></category>
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<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://liotroblog.com/2011/01/19/le-tolga-le-mani-di-dosso-presidente/"><img src="http://img.youtube.com/vi/eFfrohZi6F4/2.jpg" alt="" /></a></span>
<p>di<strong> alessandro garigliano</strong></p>
<p>Finalmente ho sorriso. Non più indignazione, sentimento che ormai di frequente dissolvo nella disperazione. Ho di nuovo sorriso rivedendo una scena di <em>Ritorno al futuro</em>. Si vede apparire  McFly, George McFly, in un impeccabile smoking bianco, abbagliante, anni &#8217;50. Siamo all&#8217;uscita della scuola per il ballo di fine anno e George ha un portamento nuovo.  L&#8217;avevamo sempre visto tremolante ripararsi contro i nemici, ma pavido anche nell&#8217;affrontare l&#8217;amore. Invece, adesso, sebbene si muova pur sempre dinoccolato, sembra cercare qualcosa. Non ha più lo sguardo smarrito sotto l&#8217;acconciatura brillantinata e geometrica, ora, pur non sapendo che direzione percorrere, nonostante si giri intorno privo di certezze, dà nettamente l&#8217;impressione di chi sa cosa vuole, di trovarsi al cospetto di un&#8217;emergenza inderogabile. Cammina e sembra un uomo.</p>
<p><span id="more-372"></span>Non si è trasformato in un ciclope ignaro di dubbi incedendo in modo marziale, per niente, annusa però il pericolo che si possa abbattere contro di lui con la forza di una tragedia antica: perdere la donna amata. E allora butta tutti i pesi del corpo in avanti scoordinato, fino a quando non  individua la macchina posteggiata, dove all&#8217;interno giacciono Biff e Lorraine.</p>
<p>Biff. Biff è l&#8217;archetipo degli incubi adolescenziali, il cattivo che ci ha perseguitato ai tempi della scuola e che continua ad angosciarci nei sogni della maturità. Biff è proprio quel tipo di bullo incosciente che per certi versi suscita rispetto, che si trascina dietro non amici, ma gruppi di fedelissimi, pronti a farsi coinvolgere nelle più perfide violazioni della sensibilità, disposti insieme al capo a pervertire l&#8217;ordine di un età. Biff è nella macchina e sta molestando Lorraine.</p>
<p>Ma Lorraine è l&#8217;Italia. Per questo ho sorriso di nuovo pensando alle sorti del mio paese. Perché ho finalmente visto arrivare il mio eroe: timido, composto, educato, balbettante e colmo di tic. Nell&#8217;esatto momento in cui l&#8217;Italia si riflette supina in uno squallore circense, schiacciata in raffigurazioni umilianti di baccanali mediocri, il mio eroe ha iniziato a correre. E corre senza controllo, come se le braccia snodate remassero contro la resistenza dell&#8217;aria. Si precipita fino a trovarsi trafelato davanti all&#8217;abisso, e allora s&#8217;inchioda. Il busto pende in avanti, barcolla testimoniando l&#8217;incertezza residua, ma connaturata, e alla fine l&#8217;equilibrio viene trovato di nuovo. E&#8217; in questo momento, nel momento esatto, che attacca l&#8217;incedere fermo ed elegantissimo di George McFly. Falcata lunga, si abbottona la giacca, il mio eroe, ricompone la dignità che aveva smarrito negli anni e procede. E alla fine, con un coraggio per lui smisurato, caricandosi dell&#8217;audacia che appartiene a ogni cittadino italiano, non radicale e non militante, a ogni uomo comune, arriva davanti alla macchina, ignorando incertezze, e spalancata la portiera, sente che è l&#8217;ora di dettare la propria obiezione al Biff Berlusconi di turno: &#8220;Ehi, tu porco, levale le mani di dosso!&#8221;.</p>
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		<title>Nessun dolore</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 09:04:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>liotro</dc:creator>
				<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[augusto murri]]></category>
		<category><![CDATA[vaccinazioni obbligatorie]]></category>

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		<description><![CDATA[di Simona Carfì Bisogna farsi una regola costante di criticar tutto e tutti, prima di credere bisogna domandarsi sempre come primo dovere: perché io devo credere questo? Augusto Murri Mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sui vaccini. Ci ho pensato su parecchio. Non  riuscivo mai a mettere nero su bianco le mie idee, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=liotroblog.com&amp;blog=9387180&amp;post=362&amp;subd=liotro&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Simona Carfì</strong></p>
<p style="text-align:right;"><em>Bisogna farsi una regola costante di criticar tutto e tutti, </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>prima di credere bisogna domandarsi sempre come primo dovere: </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>perché io devo credere questo?</em></p>
<p style="text-align:right;"><strong>Augusto Murri</strong></p>
<p><a href="http://liotro.files.wordpress.com/2010/05/corti_la_paura_di_non_essere.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-363" title="la paura di non essere di rossana corti" src="http://liotro.files.wordpress.com/2010/05/corti_la_paura_di_non_essere.jpg?w=298&#038;h=300" alt="" width="298" height="300" /></a>Mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sui vaccini. Ci ho pensato su parecchio. Non  riuscivo mai a mettere nero su bianco le mie idee, seppure queste mi fossero chiare. Penso di aver capito il perché. Nessun argomento come quello dei vaccini mette in evidenza la necessità che il genitore che si occupa del figlio sia un adulto “consapevole”.</p>
<p>Sui vaccini è stato scritto tanto, certo non abbastanza.</p>
<p><span id="more-362"></span></p>
<p>Chi è favorevole, non fornisce prove irrefutabili dell’efficacia dei vaccini, ma piuttosto, di fronte a genitori dubbiosi, si lancia in esclamazioni sulla mancanza di responsabilità, sul fatto che i vaccini sono obbligatori, che tutti i bambini li fanno e che tutti i genitori li fanno somministrare ai loro bambini senza tante storie.</p>
<p>Chi si dichiara assolutamente contro, ha la pregevole caratteristica di fornire molte informazioni sui vaccini e sui danni da essi provocati, a volte, però, correndo il rischio di attribuire a tale pratica, danni e malattie al di là delle sue reali capacità.</p>
<p>Non nascondo una certa simpatia per chi non si accontenta di quanto dice o non dice la medicina ufficiale rispetto all’efficacia dei vaccini: siamo tutti d’accordo nel ritenere le minacce e le intimidazioni motivazioni non convincenti, no?</p>
<p>Non voglio entrare nel merito, ma ritengo utile portare, ed è quello che faccio nel mio lavoro, il dubbio nelle menti dei genitori, per cui consiglio loro testi sull’argomento e gruppi di discussione, per far sì che se ne facciano un’idea e possano essere in grado di decidere di sottoporre i loro figli ai vaccini perché li ritengono efficaci e non perché obbligati a farlo.</p>
<p>Non scriverò, quindi, propriamente dei pro e dei contro dei vaccini, ma, in qualche modo, ne parlerò, perché ho cercato di capire la logica del “vaccinare”.</p>
<p>Dal lavoro fatto in questi anni con i genitori e i bambini ho potuto constatare che sembra esserci una motivazione profonda, inconscia, alla base della logica del “vaccinare”. C’è l’idea di prevenire le malattie, di evitare al bambino il rischio, di minimizzare l’impatto…</p>
<p>Si capisce, così, perché il fervore medico colluda facilmente con la preoccupazione genitoriale.</p>
<p>Cos’è che spaventa tanto il genitore? Cos’è che lo rende così preoccupato da fidarsi ciecamente? Da non riuscire più a riflettere, a ragionare. Se, infatti, si fermasse a riflettere, il nostro amato genitore, potrebbe facilmente notare che le malattie sono tantissime e i vaccini no; che i rischi sono infiniti e che, spesso, non si possono prevenire; che il “senso” di un genitore non è evitare la frustrazione, ma essere disponibile all’ascolto dell’emozione che questa comporta!</p>
<p>Io credo che ciò che spaventa maggiormente l’adulto è la possibilità di tollerare il dubbio, l’incertezza, il prendere coscienza che non c’è niente che mette al riparo dai rischi, che non c’è niente che ci protegge da quel dolore che proviamo dentro e che brucia come un fuoco, quando ci accorgiamo che il nostro bambino, nonostante tutto, nonostante noi, possa soffrire.</p>
<p>Fare i conti con tutto ciò non è facile, può essere il lavoro di una vita. La soluzione, poi, non è il lieto fine che tutti vorremmo. La soluzione è che non esistono soluzioni e che l’unica cosa possibile è che dobbiamo fare i conti con la nostra finitezza.</p>
<p>Il “genitore quasi perfetto” allora è quello che si rimette continuamente in discussione, quello che non ha le soluzione già “impiattate”, quello che non ha mai la risposta pronta; ma che si interroga continuamente sul suo operato e sulle scelte che fa anche a nome del figlio.</p>
<p>Ho riletto quanto ho appena scritto e non posso fare a meno di pensare che chi leggerà penserà quanto il mio discorso sia lontano da un pezzo sui vaccini. Rileggendo ho pensato: forse no.</p>
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			<media:title type="html">la paura di non essere di rossana corti</media:title>
		</media:content>
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		<title>Balulalow</title>
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		<pubDate>Mon, 03 May 2010 12:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>liotro</dc:creator>
				<category><![CDATA[eclettica]]></category>
		<category><![CDATA[philip forrest]]></category>
		<category><![CDATA[shyamalan]]></category>
		<category><![CDATA[silje nergaard]]></category>
		<category><![CDATA[stephen king]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandra Lisini Lucy: Ecco, l’hanno fatto di nuovo! Charlie Brown: Cosa? Lucy: Alla radio mandano i pezzi in onda e non dicono mai il titolo! Charlie Brown: Era l’inno nazionale. (Charles Schulz) Ascolto una trasmissione parlata, con rari intermezzi musicali; sono nel pieno del mio periodo folk boreale e qualunque cosa impieghi arpe, percussioni [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=liotroblog.com&amp;blog=9387180&amp;post=356&amp;subd=liotro&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;">di <strong>Alessandra Lisini</strong></p>
<p style="text-align:right;"><em>Lucy: Ecco, l’hanno fatto di nuovo!<br />
Charlie Brown: Cosa?<br />
Lucy: Alla radio mandano i pezzi in onda e non dicono mai il titolo!<br />
Charlie Brown: Era l’inno nazionale.<br />
(Charles Schulz)</em></p>
<p><a href="http://liotro.files.wordpress.com/2010/05/7_94_20070405171325.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-357" title="immagine di silvia argiolas" src="http://liotro.files.wordpress.com/2010/05/7_94_20070405171325.jpg?w=450&#038;h=450" alt="" width="450" height="450" /></a>Ascolto una trasmissione parlata, con rari intermezzi musicali; sono nel pieno del mio periodo folk boreale e qualunque cosa impieghi arpe, percussioni scandinave, scale celtiche riscuote il mio interesse. Così appena sento le prime note del brano ululo tra me e me perché sono in macchina coi finestrini aperti, arraffo il primo pezzo di carta a disposizione e tento di scriverne almeno dei brandelli.</p>
<p><span id="more-356"></span></p>
<p>Quando succede, o si è certi  che il sito internet riporti la scaletta musicale degli intermezzi della trasmissione oppure  si raccatta un pezzo di carta e si trascrivono pezzi di testo, possibilmente versi interi e poi parole significative qua e là. Perché non sempre le redazioni si ricordano di mettere tutte le canzoni del palinsesto sui siti. E non sempre sono così gentili da rispondere alle tue email.</p>
<p>[Quando non c’era internet non mi ricordo come si facesse, forse si faceva lo stesso e si chiedeva a qualche amico saputo o si telefonava alla radio].</p>
<p>Poi si mette tutto su google, infilandoci le parole meno consuete e si spera che qualche www.lyricssomething.com riveli il mistero.</p>
<p>Così quando sento:</p>
<p><em>Le madri hanno intessuto un oceano di nero velluto<br />
e l’hanno disteso tra la riva della notte e la riva del giorno</em></p>
<p>per me è chiarissimo: canto celtico di argomento marinaro, probabilmente funebre. Mi attendo quindi marinai morti o tempeste, però la canzone rimane sul metaforico<em> </em>e mentre lotto per raggiungere la penna nel cassetto del cruscotto, la musica e le parole vanno avanti e me le  perdo fino ad arrivare a<br />
<em><br />
possa scivolare dolcemente cullato dal moto delle onde<br />
dentro navi costruite dai padri, come le vostre.</em><em> </em></p>
<p>Alla seconda strofa, che per fortuna si ripete, riesco a scrivere tutti i versi:</p>
<p><em>Non possiamo salpare con te<br />
Essere lì a guidarti<br />
o condurre la tua nave nel buio della notte<br />
ma nessun oceano ti può trattenere<br />
nessuna oscurità nasconderti<br />
lontano dal nostro amore e dalla sua luce immortale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Ho trovato la canzone, l’ho riascoltata. Col vichingo ci avevo preso, perché la cantante era Silje Nergaard, norvegese*. Ma il canto non era tradizionale, era il testo di un autore scozzese su musica lineare, di matrice popolare, come una semplice ninna nanna. <em>Lullaby to Erle</em>, per niente funebre, il figlio della Nergaard viene campionato e vi rumoreggia neonato e scandinavo; Erle non dorme e se fosse per lui non farebbe dormire nessuno nel raggio di venti miglia marine. Alcuni errori di trascrizione (slip/sleep) o di interpretazione (Yours/Yours) mi hanno fuorviato nell’interpretazione, ma ancora oggi, caduta l’ipotesi  folk e funebre, credo di non essermi sbagliata del tutto.<br />
Questa canzone mi torna infatti in mente qualche anno dopo, mentre leggo i libri di Philip Forrest, lo scrittore che da anni racconta della propria figlia morta a tre anni d’età. Il ricordo gravoso non si replica mai identico, ma sempre più complesso; a volte la scrittura diventa romanzo autobiografico, a volte si fa inserto di prosa saggistica su altri romanzi altri bambini morti, altri padri o madri. Ogni volta la stessa morte è diversa, trasfigurata. Philippe Forest attira il lettore non solo con l’imbroglio della scrittura, ma con la consapevolezza dolorosa che il tema è coinvolgente per tutti, anche per chi non ha provato. È che i bambini sono i naturali protagonisti dell’orrore e degli appuntamenti con la morte, sono gli eletti nelle storie di paura, nelle fiabe e nelle canzoncine, vittime delle fobie più terribili. E siccome il pop è nipote del folk, questo è chiaro, al limite del didascalico, nelle storie di Stephen King e di Shyamalan;  lo sbatte in faccia ai due intervistatori del censimento sui comportamenti sessuali americani  il sessuomane che in “Sex – Il rapporto Kinsey” lascia sfuggire il motivo della sua pedofilia, nello stupore orripilato dei due scienziati: “Avete mai visto l’orgasmo di un bambino?”. Ai bambini e alle nostre narrazioni che li raffigurano sul baratro penso ancora oggi ascoltando <em>If on a winter’s night:</em> mi imbatto in due ninne nanne che nate per calmare un bambino insonne o uno pauroso, scelgono la dolcezza della musica e lo scenario d’orrore delle parole o dei semitoni. La musica dell’orrore inquieta, il suono dell’orrore è racchiuso in quell’”humming”, in quelle emme ed enne geminate e ripetute nei nomi “ninna nanna” vengono richiamati i mostri e la paura, come in sardo è tutta sonora la paura di chi esclama il rituale <em>oiamommia</em> e di chi paventa l’avvento del <em>mommotti</em>. L’orrore esplode perché affiancato dal suono semplice, lineare e innocente, come le filastrocche o le musiche da carillon dei film horror di serie A e B e alla non complessità dei destinatari. Nelle parole di <em>Balulalow**</em>, sostantivo ecolalico, si nasconde la tenerezza fantastica di una ninna nanna a Gesù Bambino. Ma con quel nome da cane degli inferi, e quell’ humming che nella versione di Sting diventa vero e proprio ululato, come non pensare al peggio anche quando si dice “ninna nanna”? Bambino, gli dicono, ora dormi, fai allenamento. Non avere paura perché è dormendo che ci si prepara alle cose ultime, molla l’ancora, veleggia, abbandonati. Facci vedere che ci riesci, se vediamo te che ti abbandoni, se riusciamo a vedere te che dormi, superi la paura e domani ritorni, forse, ce la possiamo fare anche noi.</p>
<p><em><br />
We cannot sail with you<br />
be there to guide you<br />
or pilot your boat through the black of the night<br />
but no ocean can keep you<br />
no darkness can hide you<br />
away from our love and its undying light</em></p>
<p>*cantante pop norvegese; più o meno in contemporanea all’incontro con Pat Metheny ha preso strade più jazzy<br />
**scozzese per “lullaby”, “ninna nanna”</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/liotro.wordpress.com/356/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/liotro.wordpress.com/356/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/liotro.wordpress.com/356/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/liotro.wordpress.com/356/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/liotro.wordpress.com/356/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/liotro.wordpress.com/356/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/liotro.wordpress.com/356/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/liotro.wordpress.com/356/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/liotro.wordpress.com/356/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/liotro.wordpress.com/356/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/liotro.wordpress.com/356/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/liotro.wordpress.com/356/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/liotro.wordpress.com/356/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/liotro.wordpress.com/356/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=liotroblog.com&amp;blog=9387180&amp;post=356&amp;subd=liotro&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Una canzone senza parole</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 10:10:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>liotro</dc:creator>
				<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[a. montagu]]></category>
		<category><![CDATA[d.w. winnicott]]></category>
		<category><![CDATA[m.h. klaus]]></category>

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		<description><![CDATA[di Simona Carfì Il latte della madre non affluisce come un’escrezione, ma è una risposta a uno stimolo e lo stimolo è la vista, l’odore e la sensazione del bambino e il suo pianto che segnala il bisogno. Sono una cosa sola la cura della madre per il suo bambino e l’alimentazione periodica che si [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=liotroblog.com&amp;blog=9387180&amp;post=351&amp;subd=liotro&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Simona Carfì</strong></p>
<p style="text-align:right;"><em>Il latte della madre non affluisce come un’escrezione, </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>ma è una risposta a uno stimolo e lo stimolo è la vista, </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>l’odore e la sensazione del bambino e il suo pianto </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>che segnala il bisogno. </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>Sono una cosa sola la cura della madre per il suo bambino</em></p>
<p style="text-align:right;"><em> e l’alimentazione periodica che si sviluppa come se fosse </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>un  mezzo di comunicazione tra i due, </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>una canzone senza parole</em></p>
<p style="text-align:right;">D.W. Winnicott, 1987</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché l&#8217;allattamento materno? Sul piano biologico la domanda è ridicola. E’ ovvio infatti che sia meglio nutrire il cucciolo d’uomo con il latte prodotto dalla femmina umana, piuttosto che dalla femmina bovina. Per precisione, mi pare utile far notare che nessun altro mammifero, eccetto l’uomo, nutre i propri cuccioli con il latte di un’altra specie.</p>
<p>Il latte materno è sempre l’alimento ideale per il bambino. Esso infatti contiene tutti i nutrienti di cui il bambino ha bisogno: proteine e grassi adatti al lattante nelle giuste quantità; lattosio, lo zucchero del latte; vitamine nella quantità adeguata, tanto che non è necessario fare delle integrazioni; ferro, quel che serve per non sviluppare un’anemia; acqua a sufficienza, cosicchè non è necessario darne dell’altra. Il latte materno, inoltre, contiene speciali anticorpi che proteggono il bambino dalle infezioni fino a quando non sia attivato il suo sistema immunitario.</p>
<p><span id="more-351"></span></p>
<p>I bambini allattati al seno raramente soffrono di obesità, grazie al meccanismo di autoregolazione che s’instaura nella dinamica appetito/sazietà: quando il bambino ha fame succhia il seno pieno di latte, dopo, quando è sazio, diminuisce l’intensità della suzione e, contemporaneamente, diminuisce l’offerta di latte.</p>
<p>Il latte materno è un alimento che ha del miracoloso: esso cambia la sua composizione durante la poppata, infatti all’inizio è costituito principalmente di acqua e zuccheri, successivamente arrivano le proteine e, in ultimo, i grassi, responsabili, oltre che della crescita ponderale del bambino, anche della sua <em>caduta</em> nel sonno… tutti noi abbiamo ben chiara questa immagine! La modificazione del latte non avviene soltanto durante la poppata, ma anche da una poppata all’altra, nelle varie ore del giorno; varierà da giorno a giorno e, complessivamente, nel tempo, seguendo il ritmo e le esigenze della crescita del bambino!</p>
<p>Credo che quanto detto, seppur in maniera piuttosto sintetica, basterebbe, di per sé, a promuovere e sostenere l’allattamento al seno, che è ancora, purtroppo, a rischio di <em>estinzione</em>. Invece il suo compito è appena cominciato.</p>
<p>Dopo il parto, madre e figlio, hanno bisogno l’una dell’altro: la madre si sente rassicurata dalla vista del piccolo e dal fatto di sentirlo vicino; in tal modo, l’allattamento produce in lei un aumento del proprio “istinto materno”, quindi una maggiore capacità di rispondere ai bisogni del bambino. Il bambino, d’altra parte, si sente rassicurato dalla vicinanza con il corpo della madre, sostenuto dalle sue braccia, cullato dalle sue carezze e nutrito dal suo seno (A. Montagu, 1989).</p>
<p>Ciò di cui ha bisogno il bambino subito dopo la nascita è, come riferisce M. H. Klaus, un ambiente che si avvicini quanto più è possibile a quello intrauterino: qui egli era avvolto, sostenuto e cullato entro il suo ambiente amniotico, fuori egli necessita del continuo sostegno della madre, di essere tenuto e cullato nelle sue braccia, in stretto contatto con il suo corpo, inghiottendo colostro e latte, invece che liquido amniotico.</p>
<p>Il neonato umano nasce prima che la sua gestazione sia completa: infatti il ritmo di accrescimento del cervello procede così velocemente durante l’ultimo mese di gravidanza che la sua continuazione nel ventre renderebbe impossibile la nascita (il feto deve nascere quando il capo ha raggiunto le dimensioni massime compatibili con il suo passaggio attraverso il canale naturale), quindi la maturazione si completa al di fuori del ventre materno (A. Montagu, 1989). La gestazione non termina con la nascita, ma dopo il periodo all’interno del grembo (endogestazione), continua al di fuori di esso (esogestazione). E’ stato proposto che il limite dell’esogestazione si ponga nel periodo in cui il bambino comincia ad andare carponi speditamente (in media la medesima durata dell’endogestazione).</p>
<p>Mi sembra utile concepire l’allattamento materno come elemento <em>facilitatore</em> della relazione, infatti come ricorda anche Anzieu, in occasione della poppata, il bambino è tenuto tra le braccia, stretto al corpo della madre di cui percepisce l’odore, il calore e il movimento, portato, cullato, manipolato, accarezzato, il tutto accompagnato da un bagno di tenere parole. Tutte queste attività portano il bambino a differenziare la sua pelle come un’interfaccia tra un dentro e un fuori.</p>
<p>L’allattamento costituisce la più intensa e piacevole forma di comunicazione fra madre e bambino: azzerate le interferenze esterne, madre e bambino sono concentrati su sè stessi e sul loro essere insieme; la loro comunicazione, fatta di sguardi, di gorgoglii, di risatine e di amorevoli parole è perfetta.</p>
<p>La madre che si dona (e non “che si sacrifica”) al figlio genera in lui un positivo sentimento del sè e quindi una solida base alla fiducia in se stesso in quanto essere vivente: un bambino complessivamente soddisfatto tenderà poi a vivere con piacere e a trasmettere agli altri la sua gioia di vivere.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/liotro.wordpress.com/351/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/liotro.wordpress.com/351/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/liotro.wordpress.com/351/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/liotro.wordpress.com/351/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/liotro.wordpress.com/351/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/liotro.wordpress.com/351/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/liotro.wordpress.com/351/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/liotro.wordpress.com/351/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/liotro.wordpress.com/351/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/liotro.wordpress.com/351/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/liotro.wordpress.com/351/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/liotro.wordpress.com/351/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/liotro.wordpress.com/351/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/liotro.wordpress.com/351/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=liotroblog.com&amp;blog=9387180&amp;post=351&amp;subd=liotro&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Alessandro D&#8217;Alatri, Sul Mare</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 08:16:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>liotro</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[giorgio vasta]]></category>
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		<description><![CDATA[di Nicola Nociforo Si tratta della storia di Salvatore, giovane barcaiolo per turisti dell’isola di Ventotene. Forse per questo ho scelto di parlarne su Liotroblog. So della passione di Alessandro Garigliano per un altro, ben più leggendario e importante barcaiolo, lo &#8216;Ndria Cambrìa di Horcynus Orca. Certo, nessun paragone. Una libera associazione, con tutto quello [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=liotroblog.com&amp;blog=9387180&amp;post=343&amp;subd=liotro&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://liotroblog.com/2010/04/13/alessandro-dalatri-sul-mare/"><img src="http://img.youtube.com/vi/DNhpbJpqdFY/2.jpg" alt="" /></a></span>
<p><strong>di</strong> <strong>Nicola Nociforo</strong></p>
<p><strong><span style="font-weight:normal;"><strong><span style="font-weight:normal;">Si tratta della storia di Salvatore, giovane barcaiolo per turisti dell’isola di Ventotene. Forse per questo ho scelto di parlarne su <strong>Liotro<em>blog</em></strong>. So della passione di Alessandro Garigliano per un altro, ben più leggendario e importante barcaiolo, lo &#8216;Ndria Cambrìa di <em>Horcynus Orca</em>. Certo, nessun paragone. Una libera associazione, con tutto quello che sappiamo può evocare il pensiero nel suo libero associare, navigando per i mari della mente.</span></strong></span></strong></p>
<p>Salvatore, a differenza di &#8216;Ndria Cambrìa, non torna da una tragica guerra. Non c’è il dolore del <em>nostos</em>, nessuna <em>nekuia</em>, nessun passaggio dagli inferi. Salvatore vive senza sapere di vivere. Lui è pieno di amore, è piena vitalità. Gli inferi sono già intorno a lui. Stanno lì, insieme all’amore degli amici e della madre, nei giochi a premio e nella sfiducia di un padre e di un Paese che hanno abolito qualsiasi rapporto con se stessi, con i propri sogni e i propri mostri, crocifiggendo ancora una volta il Salvatore.</p>
<p><span id="more-343"></span></p>
<p>Anzi, questa volta nessuna crocifissione. Non c’è neanche la responsabilità dell’odio che uccide. C’è un’inerzia, c’è un lasciar cadere, un’indifferenza: le forme più subdole di attacco all’amore, al futuro. Salvatore muore all’inizio del film cadendo dall’impalcatura di un palazzo in ristrutturazione dove lavora da muratore durante la stagione invernale. Il film consiste nel racconto della propria vita nei pochi attimi che lo separano dalla morte.</p>
<p>Devo avvisare il lettore che non lo abbia ancora visto e che appartenga alla schiera di quelli che non intendono sapere niente di un film prima di vederlo che è meglio che si fermi qui.</p>
<p>Salvatore, dicevo, muore cadendo dall’impalcatura di un palazzo in ristrutturazione. Strana sorte per lui che, degno del proprio nome, aveva salvato dal rischio di una stessa morte un compagno africano. Ma Salvatore se lo sentiva che sarebbe successo qualcosa, e in effetti da qualche tempo, da quando il suo amore lo aveva lasciato, aveva sviluppato uno strano sintomo: gli succedeva di dimenticarsi come si cammina, non sapeva più come usare le gambe.</p>
<p>Si era innamorato per la prima volta nella sua vita di Martina, una delle giovani turiste dell’isola. Martina è bella e appassionata. Non è una delle tante turiste che cercano solo svago e intrattenimento. Lei ama l’apnea, vuole essere portata alle anfore, nel luogo dei resti, delle antiche origini. Ma Martina ha la psoriasi: <em>la malattia del pensiero delle cose che non accadono</em>. Purtroppo, però, le cose tragiche sono già accadute e la malattia di Martina non può più evitarle: suo padre, giornalista, è morto nell’esplosione di una bomba di mafia. La pelle lacera di Martina sembra così rappresentare la lacerazione drammatica degli uomini e delle donne appassionate, dei figli di questo Paese dilaniato, esploso. La malattia dei pensieri delle cose che non accadono parla del desiderio di tornare indietro, come in un rewind cinematografico, di fare che la tragedia non sia accaduta. Ma testimonia al tempo stesso la lacerazione che c’è stata, il Paese che è esploso, caduto, i padri benevoli uccisi ed i figli che cadono dalle loro braccia, come Salvatore.</p>
<p>La pelle è la delicata membrana che separa e mette in comunicazione l’interno e l’esterno, stabilendo una differenza e quindi la possibilità di una relazione. La pelle è la funzione basica di un corpo che pensa, che tocca e vive. Il corpo lacerato del nostro Paese non stabilisce più differenze, non ordina e non dirime, non sussulta e non riceve, in un caos in cui le passioni non trasudano nei pensieri ma esplodono nelle angherie dei potenti o vengono soffocate nel nascere dall’omertà, dal silenzio che nasconde i pensieri, che teme il cambiamento.</p>
<p>Martina è la giovane donna dilaniata che soffre. Martina è l’Italia.</p>
<p>Martina che si innamora di Salvatore, ma non riesce a lasciarsi andare al suo amore. E’ diffidente, indecisa e, una volta partita, sparirà. E’ a questo punto che Salvatore si dimentica come si cammina, cadendo in uno stato depressivo che gli impedisce di lavorare. E cade, cade, finché Martina non tornerà, chiedendogli di salvarla, ma per lasciarlo di nuovo. E mentre Martina se ne va, il padre di Salvatore, amante dei quiz a premi, ammonisce il figlio innamorato e sofferente. Gli dice che: <em>Se è capace di fottersi quella è pure capace di andare a lavorare</em>. Così Salvatore torna ad ammalarsi. Si dimentica di nuovo come si cammina.</p>
<p>Salvatore e Martina sono la coppia di amanti violentata da un Paese che ha ucciso i padri, e ora uccide i figli.</p>
<p>C’è una scena molto intensa e per me molto significativa del film che mi ha fatto notare una cara amica. Mentre Salvatore e Martina provano a immaginare il proprio futuro sul tetto del palazzo dove il ragazzo aveva salvato il compagno africano, si intravede una bandiera italiana lacera, come la pelle di Martina.</p>
<p>Continuiamo a vedere la pelle lacerata dei nostri figli e delle nostre bandiere rimanendo impassibili, difendendoci dietro il pensiero delle cose che non accadono. Quello di cui dovevamo avere paura, invece, è già accaduto. Le bombe e il pensiero mafioso che ci pervadono hanno lacerato la speranza nel futuro, hanno tolto l’impalcatura ai figli, alle giovani coppie di amanti, alla possibilità di ritrovare padri e madri integri da potere amare dentro di sé per portarne avanti il progetto vitale.</p>
<p>L’esplosione c’è già stata. Adesso possiamo solo rimanere silenti e morire da morti, o capire che non c’è alternativa alla rivoluzione. C’è un Paese dilaniato che andrebbe ricomposto con pietà. E’ questa la rivoluzione che ci chiedono i nostri figli abbandonati.</p>
<p>E’ questo che ci chiede Salvatore, figlio abbandonato che si dimentica come si cammina. C’è tutto in quella dimenticanza. C’è la voglia di rinascere, come dice lui stesso. C’è l’amore per Martina, così amata da diventare letteralmente una parte del suo corpo. L’amore per Martina è nelle gambe di Salvatore, è le sue stesse gambe, ma se si vive in un Paese in cui l’amore è degradato al fottere, quando Martina va via Salvatore è fottuto: perde le gambe, perde tutto.</p>
<p>Ho pensato ad una delle frasi che lessi durante un grande corteo in memoria delle vittime delle bombe mafiose a Palermo. C’era scritto: <em>Le vostre idee cammineranno sulle nostre gambe</em>.</p>
<p>C’è bisogno di gambe per portare i padri, le madri e le loro idee. Ma per andare avanti e oltre, nella strada che hanno tracciato, c’è bisogno di fare i conti con quei padri che continuano a confondere amore e fottere, e con noi stessi, genitori indifferenti.</p>
<p>Sono d’accordo con Giorgio Vasta che nel presentare a Catania qualche tempo fa il suo <em>Il tempo materiale</em> ha collegato i problemi odierni dell’Italia alla tragedia di piazzale Loreto, all’uccisione di Benito Mussolini e dell&#8217;amante e alla scelta di lasciarli a testa in giù. Appesi per le gambe. Il giorno prima l’Italia era un Paese fascista, il giorno dopo non lo era più.</p>
<p>Io credo che bisogna rimettere i piedi per terra, che bisogna restituire con pietà le gambe al tiranno. C’è bisogno di passione e pietà per fare i conti con il nostro passato, con quello antico e con quello più recente. La nostra rivoluzione sarà quella, se ne sapremo soffrire il dolore, di riprenderci le nostre gambe, di rimetterci sui piedi della nostra storia, assumendoci il dolore del dolore che abbiamo causato, la responsabilità del nostro essere e creare tiranni. Non c’è miracolo che possa eludere i bastioni delle tragedie che hanno fatto la storia di questo Paese. C’è solo la faticosa possibilità di immergerci nei fondali delle nostre origini, provando a rimettere insieme i cocci, i cadaveri, le memorie, il pianto, gli affetti.</p>
<p><em>Sul Mare</em> di Alessandro D&#8217;Alatri mi è sembrato un grido di disperazione, un appello accorato ad aprire gli occhi, a svegliarci, a guardare ai nostri figli e al loro dolore di fronte a un futuro senza impalcature né reti, che continua a cadere negli abissi dell’illusione che tanto niente sia mai accaduto e che tutto si possa superare senza dolore.</p>
<p>E invece c’è da stare lì, sotto l’impalcatura, giorno dopo giorno, a salvare Salvatore, reggergli l’impalcatura, le gambe, il futuro, e l’amore. Come un altro leggendario personaggio del mare. Come Colapesce.</p>
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		<title>Philip Roth, Patrimonio &#8211; Una storia vera</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 15:16:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>liotro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di alessandro garigliano Non avrei mai voluto scrivere una recensione su Philip Roth. Non avrei mai voluto esprimere un parere su un autore, celebrato in tutto il mondo, che scrive con una lingua piana, standard, al grado zero; che affronta argomenti rasoterra,  penetrando all&#8217;interno di complicate, intime, vicende quotidiane o di correnti difficoltà esistenziali. Certo, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=liotroblog.com&amp;blog=9387180&amp;post=338&amp;subd=liotro&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di alessandro garigliano</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://liotro.files.wordpress.com/2010/04/copj13.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-339" title="copj13" src="http://liotro.files.wordpress.com/2010/04/copj13.jpg?w=450" alt=""   /></a>Non avrei mai voluto scrivere una recensione su Philip Roth. Non avrei mai voluto esprimere un parere su un autore, celebrato in tutto il mondo, che scrive con una lingua piana, standard, al grado zero; che affronta argomenti rasoterra,  penetrando all&#8217;interno di complicate, intime, vicende quotidiane o di correnti difficoltà esistenziali. Certo, attraverso il racconto di biografie comuni si spalancano sempre, in Roth, analisi di massimi sistemi, osservazioni su cruciali punti di svolta della Storia. Focalizzando il particolare, colmo di contraddizioni e di miserie, di generosità d&#8217;animo e di manie, Philip Roth, riesce a far riflettere i diversi contesti politici, sociali o economici. Ma i grandi e piccoli temi vengono sempre trattati senza alcuna ostentazione di forma, senza mai ricorrere a eccentricità retoriche perché la semplicità dei contenuti possa avere un&#8217;esposizione più seducente. Niente, ogni volta devo sopportare l&#8217;umiliazione di percorrere i romanzi di Philip Roth completamente rapito, malgrado sembri scorrere sulle pagine acqua, senza canali o altri argini, come se nessuno avesse progettato l&#8217;opera, controllato la struttura della trama, come se le parole e il montaggio delle scene non fossero stati da nessuno selezionati e rivisti con pedanteria, e anziché accadere quello che ogni manuale di retorica impone, vi sia solo, sempre, in ogni suo romanzo, una maledetta, torrenziale, incontrollata cascata d&#8217;ispirazione pura. Io so che non è così, lo so, ma l&#8217;effetto è quello, di un&#8217;opera d&#8217;arte composta senza sforzo.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-338"></span></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Patrimonio</em> è l&#8217;ennesimo capolavoro che leggo di Philip Roth. Con il sottotitolo <em>Una storia vera</em>, che per me è una specificazione respingente (l&#8217;ho iniziato a leggere per colpa di Giorgio Vasta che me l&#8217;ha consigliato). Da subito, ancora una volta con Roth, sono rimasto invischiato. La <em>storia vera </em>è quella di un figlio che accudisce il padre anziano, colpito da un tumore che gli deforma il volto. Il figlio, voce narrante e scrittore, diventa una sorta di infermiere. Com&#8217;è ovvio che sia, il racconto del passato del padre, la narrazione dei momenti principali delle proprie radici, c&#8217;è, ma non si tratta di un&#8217;immersione cieca, si ripercorre la storia del genitore con una delicatezza rara, si rammentano episodi salienti allo scopo di fare emergere la personalità della persona-personaggio, il profilo psicologico definito e complesso.  Ma quello che più mi è piaciuto è la forza del figlio, che nel sostenere anima e corpo il padre, diventa ciò che proprio il padre definisce con una <em>flagrante, impassibile e invidiabilmente schietta </em>forma d&#8217;amore: una madre. Non un padre generoso, come anche  il figlio si aspettava, ma la sintesi e la dilatazione dell&#8217;amore: una madre.</p>
<p style="text-align:justify;">Voglio riportare un passo, che sebbene troppo lungo, dà netta l&#8217;immagine del tipo di rapporto che lega queste due generazioni in lotta, in concorrenza e in estenuante ma appagante dialogo.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Potreste dire che non significa molto per un figlio essere teneramente protettivo verso il proprio padre una volta che questi è senza forze e ridotto quasi al lumicino. Posso solo rispondere che mi sentivo altrettanto protettivo della sua vulnerabilità (come padre di famiglia emotivo e vulnerabile alle frizioni famigliari, come sostegno della famiglia vulnerabile agli incerti finanziari, come figlio incolto di immigrati ebrei vulnerabile ai pregiudizi sociali) quando io ero ancora a casa e lui era forte e sano e mi faceva diventare matto con consigli che erano inutili e limitazioni  che non avevano senso e ragionamenti che mi spingevano, solo soletto nella mia stanza, a spaccarmi la testa contro il muro e urlare per la disperazione. Era proprio questa la discrepanza che aveva fatto del ripudio della sua autorità un conflitto così opprimente, così pieno di dolore e di scherno. Non era un padre qualunque, era il padre, con tutto ciò che c&#8217;è da odiare in un padre e tutto ciò che c&#8217;è da amare.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Così per tutto il libro, negli episodi più umilianti, quando la vergogna sopraffà la vecchiaia, nei momenti tragicomici, al cospetto della carcassa piagata del padre senescente, il figlio sta in soccorso con una forza innata e immotivata, concentrato a dare.</p>
<p style="text-align:justify;">Cito ancora un brano che spiega il titolo, di quale <em>patrimonio</em> si tramanda l&#8217;eredità, quale sia il senso del <em>dare</em>, quale sia il timbro icastico della narrazione e con quanta forza si riflette su un padre che si è tragicamente <em>smerdato</em>:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Portai giù la federa puzzolente e la misi in un sacco nero della spazzatura che legai forte, e portai il sacco alla macchina e lo buttai nel bagagliaio per darlo in lavanderia. E </em>perché <em>questo era giusto e come doveva essere non avrebbe potuto essermi più chiaro, ora che il lavoro era finito. </em>Questo<em>, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno, della realtà vissuta che era.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Ma la storia non è una definitiva inversione di ruoli tra un padre che ha educato il figlio infante e un figlio che adesso soccorre un padre nell&#8217;età senile. Avviene, attraverso la malattia  e il bisogno, nel contatto assiduo tra le due generazioni, un mutuo dialogo dov&#8217;è naturale che entrambi, l&#8217;uno dall&#8217;altro, apprendano lezioni di vita. Ci si incanta a seguire il nitore dialettico con il quale la mortificazione o la prosaicità dell&#8217;anziano, ma anche il suo sano moralismo testardo, si completano e sono complementari alla capacità riflessiva del figlio, ma anche alla sua capacità di angosciarsi senza smarrirsi, di amare senza rimuovere l&#8217;odio filiale.</p>
<p style="text-align:justify;">Nell&#8217;atto conclusivo della vita del genitore, il figlio scrittore, non può che manifestare testualmente la volontà di non volersi dimenticare nulla. Abbiamo assistito per tutto il libro alla travagliata agonia di un eroe ebreo che si è fatto da sé e che lentamente soccombe al tumore. Veglieremo anche sul narratore, quando, verso la fine, rischierà un attacco cardiaco, identificandosi con la condizione psicologica d&#8217;inesorabilità del padre. E ragioneremo sul fatto che probabilmente sarà in questa occasione, di impotenza e di fragilità, che l&#8217;autore maturerà  la scelta di non volere applicare al padre nessuna forma di accanimento terapeutico, decidendo, e nel deciderlo destando un&#8217;emozione senza eguali, di <em>lasciarlo andare</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">E quando tutto sta per ultimarsi, quando sempre più netto trapela il dolore di Philip Roth nel registrare il decorso della malattia del padre, tra le righe di questa meditazione composta squilla stonato e urgente un urlo infantile che trascende lo stile del libro, la personalità del suo autore e noi umani lettori: <em>perché dobbiamo morire?</em> Una domanda che ormai nessun essere umano esplicita più e che pure è rimasta inevasa e irrisolvibile, e che nonostante l&#8217;evidenza di milioni di anni implode latente dall&#8217;alba dei tempi: <em>perché dobbiamo morire?</em></p>
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		<title>Stefano D&#8217;Arrigo, Horcynus orca</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 16:41:16 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://liotro.files.wordpress.com/2010/03/copj131.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-330" title="copj13" src="http://liotro.files.wordpress.com/2010/03/copj131.jpg?w=187&#038;h=300" alt="" width="187" height="300" /></a>di <strong>alessandro garigliano</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Verso dove? Verso dove è diretto &#8216;Ndrja Cambrìa, il protagonista di <em>Horcynus orca</em>? E&#8217; un ritorno che di volta in volta assume connotati esistenziali, storici, psicologici, letterari. Un viaggio all&#8217;interno di un&#8217;<em>opera mondo</em> inesauribile.</p>
<p style="text-align:justify;">La storia editoriale, che va dal 1961 al 1974, è già di per sé un&#8217;avventura, edizione dopo edizione, il testo è segnato da una <em>coazione a correggere </em>ossessiva da parte del suo autore. La lingua viene plasmata con un ardore che cerca di catturare l&#8217;esistenza nella sua complessità, un linguaggio mimetico e classico, travolgente, barocco, ricco di lemmi appartenenti al passato e al presente, di coniazioni nuove, mai però scrittura per la scrittura, anzi, un&#8217;ingegneria narrativa che riflette ciò che si narra, che dà voce ai luoghi e ai personaggi di questa nuova epica.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-322"></span></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://liotro.files.wordpress.com/2010/03/tempesta.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-325" title="tempesta" src="http://liotro.files.wordpress.com/2010/03/tempesta.jpg?w=450" alt=""   /></a></p>
<p style="text-align:justify;">In <em>Horcynus Orca </em>un evento di quattro giorni viene dilatato per 1257 pagine. Il nocchiere semplice &#8216;Ndrja Cambrìa, dopo la data tragica dell&#8217;8 settembre 1943, si trova in Calabria e sta dirigendosi, da reduce in fuga,  verso la Sicilia, sulle sponde dello Stretto di Messina, nel suo villaggio natale: Cariddi. A traghettarlo clandestinamente è una donna misteriosa, Ciccina Circè, con la quale il protagonista avrà una relazione intensa, che avrà echi per tutta la durata della storia. L&#8217;approdo all&#8217;isola coincide con lo stabilirsi sullo Stretto di un gigantesco mostro marino: Horcynus orca.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel racconto della trama riecheggia evidente il <em>nostos </em>omerico, il viaggio di ritorno di Ulisse verso la propria casa. &#8216;Ndrja però è l&#8217;eroe del non-ritorno. Il villaggio in cui è nato è stato stravolto dalla guerra e dal Tempo e la portata delle conseguenze che ciò comporta è enorme. Il mancato ritrovamento delle proprie radici provoca nel protagonista l&#8217;alienazione dal presente e l&#8217;immersione nel passato, in un desiderio utopico di ritrovare se stesso nel mito, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio.</p>
<p style="text-align:justify;">Allora verso dove? Verso dove dirotta il suo viaggio &#8216;Ndrja Cambrìa? Se non riesce a farsi contagiare da un presente in preda a un delirio di trasformazioni continue, se la comunità del villaggio natale verso dove è diretto ha subito l&#8217;urto della guerra e del Tempo, se la morte ha invaso il mare riempiendolo di cadaveri, se il reduce &#8216;Ndrja rappresenta migliaia di morti che non hanno potuto ritornare a casa; dove, dove può ritrovare se stesso e tutti i commilitoni impossibilitati al <em>nostos </em>perché fulminati dal caos della guerra? Dove &#8216;Ndrja deve rifugiarsi perché possa salvare se stesso, la terra natia, il cosmo tutto? Le risposte è possibile trovarle solo nell&#8217;oltretomba.</p>
<p style="text-align:justify;">Il nostro eroe infatti a un certo punto s&#8217;avventura in uno dei <em>topoi</em> principali della letteratura del ritorno, la <em>nekuia</em>: il viaggio agli inferi<em>.</em> L&#8217;inferno di &#8216;Ndrja si trova in mezzo al mare tra Scilla e Cariddi. Ad accompagnarlo è la <em>carontessa</em> Ciccina Circè. &#8216;Ndrja non riuscirà a vederla in faccia fino alla fine e all&#8217;arrivo farà all&#8217;amore con un fantasma. Eppure è insieme alla misteriosa Ciccina Circè che traghetta lo Stretto pieno di morti, un mare colmo di senso, dove emergono verità simboliche. La donna che lo accompagna esala odore di latte, ha un seno generoso, rema nel liquido amniotico del mare, sembra incarnare le caratteristiche dell&#8217;<em>archetipo della madre</em> analizzate da Jung. Questa traversata occupa la parte centrale del romanzo. Si tratta di un punto di snodo della storia. Un mare di morti che simboleggia anche un mare di depressione, secondo le analisi della Klein, di Freud e di Bion. In sintesi, la traversata risulta essere il luogo dove viene trovata la salvezza, ovvero il mondo prenatale, il grembo, il nido, la morte.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://liotro.files.wordpress.com/2010/03/n15_horcinus_cicare_21.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-332" title="n15_horcinus_cicare_2" src="http://liotro.files.wordpress.com/2010/03/n15_horcinus_cicare_21.jpg?w=205&#038;h=300" alt="" width="205" height="300" /></a>Poi l&#8217;approdo. Ma da subito non viene riconosciuto. Nemmeno dal padre, come non era stato riconosciuto Ulisse da Laerte. Il villaggio è cambiato e &#8216;Ndrja subisce la dannazione dei reduci: non riesce a integrarsi, fino alla fine. Sono cambiati tutti a Cariddi. Anche il capo del villaggio, don Luigi Orioles, il saggio per eccellenza, colui che aveva sempre preso le decisioni migliori per la comunità, adesso ha subito una vera e propria trasformazione, ha accettato di compromettersi, mettendo a repentaglio, secondo il protagonista, l&#8217;esistenza di quel minuscolo gruppo sociale di pescatori: il totem della saggezza, don Luigi Orioles, si è tramutato in un <em>finimondorioles.</em> Anch&#8217;egli si rassegnerà alla carestia, adeguandosi, accettando la soluzione più comoda.<em> </em>Ma il nostro eroe reagisce e nel caso specifico lo fa davvero in maniera potentemente simbolica e paradigmatica: <em>Allora veramente possono fare una bella gettata di calce viva sopra Cariddi e cariddoti, come si fa sopra i focolai di peste o colera o spagnola, e poi fare un segno a X, grande grande e bianco, sopra la marina, perché nessuno si avvicini, perché tutti vedano da lontano che i cariddoti levarono mano, che come vivi li spuntarono dal libro mastro.</em> Una colata di cemento su tutto ciò che si muove, contro le scosse telluriche causate dalle turbolenze della guerra. Al centro di uno stravolgimento storico, &#8216;Ndrja<em> </em>si rifiuta di accettare i cambiamenti, preferirebbe paralizzare il villaggio erigendo una sorta di mausoleo. Prova ad opporsi fino allo stremo delle forze, cerca di conservare rabbiosamente la propria identità, ma non sarà che la spia della caduta.</p>
<p style="text-align:justify;">Con la forza disperata di un eroe tragico che si batte contro il Fato, il protagonista, pur di salvare la comunità, accetta l&#8217;ingaggio di un personaggio equivoco, il Maltese, che gli offre denaro in cambio della partecipazione di &#8216;Ndrja a una regata. Il denaro serve semplicemente a comprare il mezzo che solo può salvare una comunità di pescatori, un&#8217;arca misera che potrebbe portare in salvo dall&#8217;apocalisse l&#8217;intero villaggio: una barca. Ma durante l&#8217;allenamento, essendosi avvicinato imprudentemente a una portaerei americana, il nostro eroe viene ucciso dallo sparo di una sentinella.</p>
<p style="text-align:justify;">Desidero adesso concludere rivelando la potente anomalia che mi è sembrato di cogliere nel romanzo: l&#8217;impressione che il narratore la pensasse in modo assolutamente opposto al protagonista. Di fronte alla complessità del romanzo è stato necessario chiedersi quale fossero i ruoli delle due grandi voci di questa opera monstre. Quella di una voce narrante che mima in tutto e per tutto l&#8217;inarrestabile ciclo di vita e di morte, la mutevolezza del caso, la perdizione e la rinascita, le perpetue metamorfosi che sconvolgono il mondo in maniera feconda, naturale. E quella del nostro eroe che senza piegarsi si spezza nella sua lotta romantica contro i cambiamenti.</p>
<p style="text-align:justify;">Laddove &#8216;Ndria Cambrìa vorrebbe cristallizzare il Tempo e i caratteri, ritrovare i luoghi del passato e immergersi nel regno delle Madri, incantato e al sicuro, il narratore lo travolge con facondia simulando la vita con il suo vocabolario. Insomma, è la lingua che riproduce fedelmente la concezione del mondo del narratore. Nel testo avviene una vera e propria metamorfosi delle parole, lemmi che riproducono il senso del fluire delle cose, emulando, a volte, l&#8217;intero excursus esistenziale attraverso impercettibili variazioni di significanti, per esempio: la <em>barca </em>che inizialmente si trasforma in <em>arca</em>, simbolo di speranza e quindi di rinascita, per poi definitivamente tramutarsi in <em>bara</em>; oppure il dono divino, <em>manna</em>, che si stravolge nel suo opposto, nell&#8217;attrezzo che dà morte: <em>mannaia</em>. Se &#8216;Ndrja pensa che la salvezza del mondo possa avvenire attraverso la memoria, nel luogo incantato dei ricordi,  il narratore la fede la sente nelle parole che non si fermano mai, neppure al loro interno, come se le metamorfosi, questo andare in parallelo al fluire delle cose, potessero redimere il mondo da quel lutto sconvolgente che la guerra ha causato. E lo stesso avviene attraverso lo stile. Così come l&#8217;autore dà alla luce innumerevoli parole, vengono anche generate, una dietro l&#8217;altra, <em>infilzate</em>, numerose storie, una storia ne origina un&#8217;altra tramite il sistema di associazioni e <em>flashbacks</em>, e all&#8217;interno stesso di un ricordo ne nasce un altro e un altro ancora. Mai come in questo libro si coglie il senso del detto: fermarsi è morire.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://liotro.files.wordpress.com/2010/03/darrigo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-329" title="d'arrigo" src="http://liotro.files.wordpress.com/2010/03/darrigo.jpg?w=450" alt=""   /></a>Infine, il romanzo non si conclude con la morte di &#8216;Ndrja Cambrìa. Anche su questo fatto ho corroborato le mie convinzioni. Nel caso il narratore si fosse trovato d&#8217;accordo sulla fine del mondo più volte prospettata da &#8216;Ndrja, l&#8217;epilogo della vicenda avrebbe narrato la morte gloriosa del protagonista. Invece il narratore, dopo avere ucciso &#8216;Ndrja Cambrìa, convoca Masino, suo fratello di latte. Il narratore quindi appare quale regista imparziale, che da una prospettiva superiore narra lo schianto di un eroe romantico, senza provare nessuno sconforto, con la piena coscienza che niente viene perduto, che sempre ci si avvia a un nuovo inizio: la nascita di un altro eroe. In questa staffetta esistenziale il testimone passa a Masino, che sembra essere l&#8217;<em>alter ego</em> maturo di &#8216;Ndrja, caratterizzato, come abbiamo ampiamente detto, da una forza adolescenziale cieca, intransigente, al contrario di Masino che, in via evolutiva, il narratore lo descrive <em>spericolato </em>sì, ma al contempo <em>vecchio </em>e <em>saggio</em>.</p>
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