di alessandro garigliano
Il tuo romanzo d’esordio Il tempo materiale, minimum fax, è stato recensito dappertutto, dal Corriere della Sera a Vanity fair, dal Sole 24 ore a Marie Claire. E’ stato finalista del Premio Dedalus, nella cinquina del Premio Berto, selezionato al Premio Fiesole, primo nella classifica di qualità indetta da Pordenonelegge Dedalus e, per finire, a coronamento del gradimento diffuso, è stato candidato alla Selezione del più popolare premio italiano: il Premio Strega. Hai scritto un libro commerciale?
Sì, è commerciale nel senso che ho scritto un libro che esiste nel mercato librario, in quel contesto commerciale attraverso il quale ogni libro cerca un dialogo con chi legge. Sì, è commerciale nel senso che questo libro – come del resto ogni libro – commercia, negozia, propone una storia in cambio di un po’ di tempo e di qualche euro. No, perché questo libro esiste nel commercio ma non è pensato per il commercio (se per commercio, o meglio per commerciale, si vuole intendere una narrazione che divora onnivora ogni tipo di lettore, identificandosi, di fatto, nella commerciabilità), nel senso che scrivendolo ho cercato prima di tutto di costruire una forma – linguistica e immaginativa – che fosse il più possibile compatta e coerente, senza pormi più di tanto il problema di chi lo avrebbe letto. Il che non significa essere ostili al lettore che verrà – sarebbe inverosimile e ridicolo; significa concentrarsi prima di tutto sulla forma augurandosi che a quella corrisponda l’interesse di un po’ di persone.
Il tempo materiale è la storia di tre eroi tragici, i compagni Nimbo, Volo e Raggio, che nel 1978, l’anno del sequestro di Aldo Moro e della sua condanna a morte, si scagliano contro la propria provincia, Palermo, e contro il proprio Stato, compiendo attentati, emulando il terrorismo nazionale. Hanno undici anni. Dalle prime pagine, dall’inizio del libro, subito, sbalza un’anomalia stilistica: la parole della voce narrante.
La voce di Nimbo è la pelle del romanzo, il suo involucro linguistico, ed è in buona parte anche il suo midollo. Mi viene in mente il nastro di Moebius, la figura del dentrofuori naturale. La voce di Nimbo chiarisce subito che non si sta lavorando sulla mimesis, del resto la prospettiva di far parlare un ragazzino di undici anni nel modo in cui si ritiene parli un ragazzino di undici anni non mi piaceva, anzi devo dire che nella maggior parte dei casi, quando in un libro o in un film ci sono bambini o ragazzini che parlano – più esattamente: che vengono fatti parlare – come si pensa parlino davvero, mi sento in imbarazzo, mi sembra di trovarmi davanti a qualcosa di stucchevole. Dunque nessuna idea di imitare la voce di un undicenne: il che porta subito alla rottura di un patto, quello della verosimiglianza, o meglio a un suo slittamento di piano. “È verosimile che accadano anche cose contrarie al verosimile.”, scrive Aristotele nella Poetica. E quindi è possibile che durante la lettura, dopo aver opposto resistenza a una serie di abitudini percettive, all’improvviso chi legge ammetta la paradossale verosimiglianza della voce di Nimbo. Che, credo, da quel momento in poi sarà una voce-Moebius, contemporaneamente pelle e midollo, dentro e fuori la storia narrata.
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