Minima Commedia Umana (3/3)

7 febbraio 2012

di Alessandro Garigliano

Ma se contro il corpo orchestrassi una vera imboscata? Se per non farlo mai più pisciare o cacare gli togliessi cibo e bevande e lo spedissi, come un infante punito, a letto a stomaco vuoto? Chi altri è un bambino se non questo corpo che ci è capitato, prepotente e dispettoso. Immaginarlo giacere a letto a digiuno è da un lato un piacere violento, una vendetta da Conte di Montecristo, ma dall’altro è anche un’opera pedagogica, direi, necessaria.  L’ora è scoccata, la riscossa della ragione sta per partire alla carica. Non è proprio possibile ancora accettare la sudditanza di quella parte dell’uomo che dovrebbe assumere essa l’autorità. Sono migliaia e migliaia di anni che riflettiamo noi stessi in modo complesso, almeno da quando parliamo. E non sono in grado di collocare nel tempo la data di nascita dei conflitti interiori. Ma so per certo che la parte raziocinante ne è sempre uscita sconfitta. Che da sempre nell’uomo la bestia, da cui scaturisce, ha vissuto tranquilla, cacciando, mangiando, scopando, accettando il corso naturale del cosmo. E che invece alla mente è sempre toccato il compito della mediazione, confliggendo per questo col corpo, che poi è essenzialmente parte integrante di sé.

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Minima Commedia Umana (2/3)

7 febbraio 2012

di Alessandro Garigliano

Vado a letto e non dormo, mi rigiro, mi avvito, conto le pecore, ma il sonno mi sfugge. Domani sarà una giornata campale, ho stremato anche oggi a dovere il mio corpo, e adesso dovrei ristorarmi, contattare l’oblio che rigenera per sei, sette ore, e domani rinascere. Eppure me ne sto tra le coperte stazzonate a vegliare. L’insonnia, che trascende la mente, domina e frantuma tutto ciò che appartiene a se stessa: il fisico contro il fisico si comporta da lupo!

Il racconto dello scontro tra me e il corpo potrebbe davvero non esaurirsi mai. Questo che fosse anche smilzo sarebbe comunque un corpaccione – nell’accezione che indica una struttura fisica ottusa -, lo subisco come un esoscheletro che ingombra, soffoca, e agisce con una sorta d’indifferenza sublime. Sembra d’istinto essere una fibra (un fibroma!) dell’universo, seguire ignaro i movimenti primordiali ed eterni della Natura. Lo scarto tra me che ragiono e pondero e il resto che mi completa è spaventoso anche nella sua dimensione temporale: io che vorrei, che mi arrabatto e corro ed esso che esiste come fosse sempre esistito, come fosse partecipe del centro della terra e della sua nascita.

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Minima Commedia Umana (1/3)

7 febbraio 2012

 

di Alessandro Garigliano

Corpo, tu mi tradisci. Tu sei meschino, brutale, immutabile. Sono anni che ti odio, che monologando (tecnicamente sarebbe un soliloquio, non essendoci stato per fortuna nessuno spettatore), corpo, io ti frustro, a te impassibile, ti denuncio come mio limite. Tu sei il mio limite, la mia croce. Senza di te chissà dove sarei, che conquiste avrei fatto, avrei liberato ambizioni, mi sarei scelto la vita. Ma tu corpo ti opponi, fai resistenza passiva. Perché tu non sei solo arti e organi e muscoli e tutto quello che rimane di fisico, di volontario e di involontario, tu sei anche altro… e intanto vorrei  dire che di volontario tu non hai un bel niente, e questo è il punto. Il punto è che non sei controllabile, che non ti si può comandare, non si può decidere cosa farti fare e cosa non fare. L’esempio più chiaro è quello dei muscoli, i muscoli volontari. Certo che posso contrarli e distenderli, lo posso fare anche decine di volte. Ma per quanto tempo è possibile? Fino a quale livello di tensione posso riuscire a contrarre un bicipite? La sostenibilità dei pesi che sollevo è pur sempre limitata, per quanto possa allenarmi, insomma, non riuscirò mai a sollevare la luna.

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Hanno ucciso Don Chisciotte

20 novembre 2011
(questo articolo è stato pubblicato su minima&moralia)

di Alessandro Garigliano

Il cavaliere dalla Trista Figura cavalcava lasciando che Ronzinante, il destriero, scegliesse la direzione che voleva seguire. Procedevano entrambi magrissimi, scavati. Sancio Panza li scortava sul ciuco al trotto come un patriarca. La natura attorno desertificata, nel terreno arido crepe ramificate a scaglie. Finché da molto lontano non si sentì arrivare un’altra avventura. Si avvertì clangore di ferraglia e schiocchi di frusta e urla di incitazione. Ronzinante arrestò il passo e Sancio cominciò di nuovo a preoccuparsi. I giganti che avrebbero dovuto sconfiggere e i regni ancora da conquistare stavano inabissando all’orizzonte l’isola promessa dal prode hidalgo. Don Chisciotte si illuminò fiero con l’elmo di Mambrino in testa guardando fisso davanti a sé. Polvere sospesa a vortici, e silenzio. A una certa distanza si vide poi scintillare il sole su qualcosa che doveva essere ferro. L’abbaglio si diffuse su un’intera struttura di sbarre, che si avvicinò sempre di più a passo pesante. Don Chisciotte si assicurò bene sulle staffe, tenne pronta la spada e impugnando la lancia disse:

- Dove andate, amici? Che carro è questo? Cosa trasportate?

Alla guida del carro altri non c’era che il baccelliere Sansone Carrasco, laureato a Salamanca, vestito per l’occasione con abiti elegantissimi:

- Il carro è mio e sopra c’è una gabbia con un feroce leone, omaggio del governatore per Sua Maestà, il Re.

- Ed è grande il leone? - domandò don Chisciotte.

- Tanto grande - rispose il baccelliere – che di così grandi non ne sono mai venuti dall’Africa nella Spagna. Io sono il guardiano, e ne ho condotti degli altri, ma come questo mai. Proprio adesso muore di fame perché stamani non ha mangiato, e quindi la Signoria Vostra faccia il favore di farsi da parte, perché ho bisogno di arrivare presto dove devo sfamarlo.

Don Chisciotte sorrise leggermente.

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Angela

26 ottobre 2011

Artéfici e artifici – Una riflessione sul Don Chisciotte

15 ottobre 2011

(questo articolo è stato pubblicato su minima&moralia)

di Alessandro Garigliano

Nella mappa delle avventure di don Chisciotte a fiutare le scelte, a decidere il percorso è a ogni bivio Ronzinante, il destriero. Durante la lettura e la rilettura del romanzo di Cervantes, questa è sempre stata per me un’opzione narrativa piena di senso, paradigmatica. L’hidalgo che vuole restaurare nel presente l’Età dell’oro, sfidando giganti a forma di mulini a vento, leoni liberati, e mandrie di pecore e montoni come fossero eserciti; il cavaliere che impone la propria illusione alla realtà con eroico sprezzo del ridicolo, quando si tratta di prendere una direzione e imbarcarsi in una nuova avventura, lascia che a decidere sia il suo cavallo: sfida la sorte con il caso. La prima interpretazione che mi è venuta in mente è stata di ammirazione, come se don Chisciotte fosse un condottiero refrattario alla paura, indifferente a qualsivoglia difficoltà che la strada, la vita, la realtà avrebbero potuto scagliargli addosso a seconda del varco selezionato. Indossando un’armatura desueta, rattoppata alla bisogna col cartone, impugnando armi spuntate e cavalcando un ronzino che, pur assurto a Ronzinante, rimane emaciato e privo di prestanza: l’eroe comunque va. L’eroe, ovunque vada, ha una volontà che fa a pezzi il destino.

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Le tolga le mani di dosso, presidente!

19 gennaio 2011

 

di alessandro garigliano

Finalmente ho sorriso. Non più indignazione, sentimento che ormai di frequente dissolvo nella disperazione. Ho di nuovo sorriso rivedendo una scena di Ritorno al futuro. Si vede apparire  McFly, George McFly, in un impeccabile smoking bianco, abbagliante, anni ’50. Siamo all’uscita della scuola per il ballo di fine anno e George ha un portamento nuovo.  L’avevamo sempre visto tremolante ripararsi contro i nemici, ma pavido anche nell’affrontare l’amore. Invece, adesso, sebbene si muova pur sempre dinoccolato, sembra cercare qualcosa. Non ha più lo sguardo smarrito sotto l’acconciatura brillantinata e geometrica, ora, pur non sapendo che direzione percorrere, nonostante si giri intorno privo di certezze, dà nettamente l’impressione di chi sa cosa vuole, di trovarsi al cospetto di un’emergenza inderogabile. Cammina e sembra un uomo.

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Nessun dolore

6 maggio 2010

di Simona Carfì

Bisogna farsi una regola costante di criticar tutto e tutti,

prima di credere bisogna domandarsi sempre come primo dovere:

perché io devo credere questo?

Augusto Murri

Mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sui vaccini. Ci ho pensato su parecchio. Non  riuscivo mai a mettere nero su bianco le mie idee, seppure queste mi fossero chiare. Penso di aver capito il perché. Nessun argomento come quello dei vaccini mette in evidenza la necessità che il genitore che si occupa del figlio sia un adulto “consapevole”.

Sui vaccini è stato scritto tanto, certo non abbastanza.

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Balulalow

3 maggio 2010

di Alessandra Lisini

Lucy: Ecco, l’hanno fatto di nuovo!
Charlie Brown: Cosa?
Lucy: Alla radio mandano i pezzi in onda e non dicono mai il titolo!
Charlie Brown: Era l’inno nazionale.
(Charles Schulz)

Ascolto una trasmissione parlata, con rari intermezzi musicali; sono nel pieno del mio periodo folk boreale e qualunque cosa impieghi arpe, percussioni scandinave, scale celtiche riscuote il mio interesse. Così appena sento le prime note del brano ululo tra me e me perché sono in macchina coi finestrini aperti, arraffo il primo pezzo di carta a disposizione e tento di scriverne almeno dei brandelli.

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Una canzone senza parole

27 aprile 2010

di Simona Carfì

Il latte della madre non affluisce come un’escrezione,

ma è una risposta a uno stimolo e lo stimolo è la vista,

l’odore e la sensazione del bambino e il suo pianto

che segnala il bisogno.

Sono una cosa sola la cura della madre per il suo bambino

e l’alimentazione periodica che si sviluppa come se fosse

un  mezzo di comunicazione tra i due,

una canzone senza parole

D.W. Winnicott, 1987

 

Perché l’allattamento materno? Sul piano biologico la domanda è ridicola. E’ ovvio infatti che sia meglio nutrire il cucciolo d’uomo con il latte prodotto dalla femmina umana, piuttosto che dalla femmina bovina. Per precisione, mi pare utile far notare che nessun altro mammifero, eccetto l’uomo, nutre i propri cuccioli con il latte di un’altra specie.

Il latte materno è sempre l’alimento ideale per il bambino. Esso infatti contiene tutti i nutrienti di cui il bambino ha bisogno: proteine e grassi adatti al lattante nelle giuste quantità; lattosio, lo zucchero del latte; vitamine nella quantità adeguata, tanto che non è necessario fare delle integrazioni; ferro, quel che serve per non sviluppare un’anemia; acqua a sufficienza, cosicchè non è necessario darne dell’altra. Il latte materno, inoltre, contiene speciali anticorpi che proteggono il bambino dalle infezioni fino a quando non sia attivato il suo sistema immunitario.

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Alessandro D’Alatri, Sul Mare

13 aprile 2010

di Nicola Nociforo

Si tratta della storia di Salvatore, giovane barcaiolo per turisti dell’isola di Ventotene. Forse per questo ho scelto di parlarne su Liotroblog. So della passione di Alessandro Garigliano per un altro, ben più leggendario e importante barcaiolo, lo ‘Ndria Cambrìa di Horcynus Orca. Certo, nessun paragone. Una libera associazione, con tutto quello che sappiamo può evocare il pensiero nel suo libero associare, navigando per i mari della mente.

Salvatore, a differenza di ‘Ndria Cambrìa, non torna da una tragica guerra. Non c’è il dolore del nostos, nessuna nekuia, nessun passaggio dagli inferi. Salvatore vive senza sapere di vivere. Lui è pieno di amore, è piena vitalità. Gli inferi sono già intorno a lui. Stanno lì, insieme all’amore degli amici e della madre, nei giochi a premio e nella sfiducia di un padre e di un Paese che hanno abolito qualsiasi rapporto con se stessi, con i propri sogni e i propri mostri, crocifiggendo ancora una volta il Salvatore.

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Philip Roth, Patrimonio – Una storia vera

6 aprile 2010

di alessandro garigliano

Non avrei mai voluto scrivere una recensione su Philip Roth. Non avrei mai voluto esprimere un parere su un autore, celebrato in tutto il mondo, che scrive con una lingua piana, standard, al grado zero; che affronta argomenti rasoterra,  penetrando all’interno di complicate, intime, vicende quotidiane o di correnti difficoltà esistenziali. Certo, attraverso il racconto di biografie comuni si spalancano sempre, in Roth, analisi di massimi sistemi, osservazioni su cruciali punti di svolta della Storia. Focalizzando il particolare, colmo di contraddizioni e di miserie, di generosità d’animo e di manie, Philip Roth, riesce a far riflettere i diversi contesti politici, sociali o economici. Ma i grandi e piccoli temi vengono sempre trattati senza alcuna ostentazione di forma, senza mai ricorrere a eccentricità retoriche perché la semplicità dei contenuti possa avere un’esposizione più seducente. Niente, ogni volta devo sopportare l’umiliazione di percorrere i romanzi di Philip Roth completamente rapito, malgrado sembri scorrere sulle pagine acqua, senza canali o altri argini, come se nessuno avesse progettato l’opera, controllato la struttura della trama, come se le parole e il montaggio delle scene non fossero stati da nessuno selezionati e rivisti con pedanteria, e anziché accadere quello che ogni manuale di retorica impone, vi sia solo, sempre, in ogni suo romanzo, una maledetta, torrenziale, incontrollata cascata d’ispirazione pura. Io so che non è così, lo so, ma l’effetto è quello, di un’opera d’arte composta senza sforzo.

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Stefano D’Arrigo, Horcynus orca

4 marzo 2010

di alessandro garigliano

Verso dove? Verso dove è diretto ‘Ndrja Cambrìa, il protagonista di Horcynus orca? E’ un ritorno che di volta in volta assume connotati esistenziali, storici, psicologici, letterari. Un viaggio all’interno di un’opera mondo inesauribile.

La storia editoriale, che va dal 1961 al 1974, è già di per sé un’avventura, edizione dopo edizione, il testo è segnato da una coazione a correggere ossessiva da parte del suo autore. La lingua viene plasmata con un ardore che cerca di catturare l’esistenza nella sua complessità, un linguaggio mimetico e classico, travolgente, barocco, ricco di lemmi appartenenti al passato e al presente, di coniazioni nuove, mai però scrittura per la scrittura, anzi, un’ingegneria narrativa che riflette ciò che si narra, che dà voce ai luoghi e ai personaggi di questa nuova epica.

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Storia clinica in una comunità terapeutica per psicotici

24 febbraio 2010

A tutti gli operatori che ci hanno creduto

di Vilfredo Corrao

Alessandro è nato il 04 Febbraio del 2010 all’età di quarantasette anni. Era da tempo che aspettavo il giorno in cui avremmo avuto la forza, tutti gli operatori della comunità terapeutica per psicotici, di farlo nascere nuovamente e di farci carico con coraggio e pazienza di tutta la sua distruttività.

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Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi

15 febbraio 2010

di alessandro garigliano

 

Una congestione di rabbia, frustrazione, affetto, ammirazione turba l’avvio dello scritto. Tutti i romanzi di Guido Morselli sono stati pubblicati postumi nel 1974, l’anno immediatamente dopo il suicidio. Romanzi anomali, composti con la perizia dell’artigiano e la genialità dell’eretico. Con una costante capacità di rivoluzionare i generi letterari canonici. Non lo definisco uno sperimentatore, perché nella storia della cultura la sperimentazione a volte è scaduta in eccessi cerebrali, in derive formali respingenti. Guido Morselli, invece, tendeva a innovare (Innovatore, e non sperimentatore, preferiva definirsi Stefano D’Arrigo), accogliendo il lettore in ognuno dei suoi mondi creati ex novo.

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Il nome sulle cose

8 febbraio 2010

di Alessandra Lisini

"Wasn't it you posing on the right wing staircase?!"
"I wasn't "posing" - I was just - standing!"

foto di Lilia Migliorisi su http://www.flickr.com/photos/legumi/

Entriamo nei musei per controllare se abbiamo davvero fame. Quelli di arti applicate e quelli storici sono i migliori per capirlo, ed è un peccato che abbiano pessimi angoli ristoro o non li abbiano per niente. In compenso hanno piccoli bagni lindi e odorosi di essenze sintetiche.  Nei musei marittimi facciamo a sorpresa la pisciata più bella della nostra vita, tutto è perfetto e fresco, senza gocce sui pavimenti, senza carte sparse vicino ai cestini e immediatamente dopo di noi entra la donna delle pulizie.  Abbiamo la faccia di chi lascia le strisce di sterco sul water o è entrata per tamponare le gocce d’acqua dai lavabi, assicurare la chiusura del fasciatoio per i neonati, rabboccare il gel antibatterico nei dosatori da parete? Percepiamo il profumo di alcool e la voglia di igiene della signora, talmente petulanti che ci viene voglia non di gocciare ma di poggiarci per prova e per dispetto con le pudenda sulla tazza e non solo con le cosce, come peraltro ci è stato insegnato di non fare, e lasciare il marchio. I cani fanno lo stesso, appoggiando la zampa sul mucchietto di terra smossa sopra l’osso che hanno appena sepolto.

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John Berger, Qui, dove ci incontriamo, Bollati Boringhieri

19 gennaio 2010

di alessandro garigliano

Sono le scorrerie nel Tempo in moto di John Berger le cose che piacciono di più in questo libro, ma non solo. Si parte, e da subito l’autore fluttua nel presente e nel passato, al di fuori del Tempo e nel futuro. Al di fuori del Tempo ci portano a braccetto i defunti che incontriamo e con i quali ci sembra di avere da sempre una quotidiana e commovente confidenza. Berger, infatti, non prepara mai l’incontro con i morti. Come se non ci fossero mai stati confini, passiamo dalla vita alla morte senza soluzione di continuità, fluidamente. E  viene da pensare che in realtà l’autore, pur spostandosi da un luogo del Tempo a un altro, dall’infanzia della sua vita all’infanzia della civiltà (tra le grotte preistoriche affrescate con pitture che non rispettano i confini), facendo tappa nelle diverse fasi di un’esistenza, alla fine però stia sempre in un imprendibile Tempo di frontiera, bandito.
Chi poteva mai pensare che potesse essere creata da uno scrittore la moto del Tempo?

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Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni, Quodlibet Compagnia Extra

4 dicembre 2009

di alessandro garigliano

Avrei dovuto comporre  l’articolo seminando solo una serie di citazioni del mio amato Ermanno Cavazzoni. Avrei dovuto prelevare dalla libreria  Il poema dei lunatici o Gli scrittori inutili, Vite brevi di idioti o Cirenaica e riempire il presente  post di frasi tratte da ognuno di questi libri, per dimostrare quanto Ermanno Cavazzoni possa essere capace di fare impazzire di gioia. Lo stile si sarebbe rivelato subito una perversa arma di seduzione, come il solletico. Qualcuno avrebbe anche potuto  considerare la lingua un mezzo di tortura, un approccio alle cose corrosivo e allo stesso tempo vanificante. Federico Fellini, che dal Poema dei lunatici trasse il suo ultimo film La voce della luna, disse di quel libro che: Pur provocando continuamente il riso per l’arbitrio che domina sovrano e toglie significato a ogni azione, gesto, pensiero, diventa a tratti straziante per il bisogno disperato di darglielo comunque un significato, perché la sua assenza stringe il cuore di paura, e rende la vita assurda.

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Dialogo con Giorgio Vasta

21 ottobre 2009

di alessandro gariglianovasta

Il tuo romanzo d’esordio Il tempo materiale, minimum fax, è stato recensito dappertutto, dal Corriere della Sera a Vanity fair, dal Sole 24 ore a Marie Claire. E’ stato finalista del Premio Dedalus, nella cinquina del Premio Berto, selezionato al Premio Fiesole, primo nella classifica di qualità indetta da Pordenonelegge Dedalus e, per finire, a coronamento del gradimento diffuso, è stato candidato alla Selezione del più popolare premio italiano: il Premio Strega. Hai scritto un libro commerciale?

Sì, è commerciale nel senso che ho scritto un libro che esiste nel mercato librario, in quel contesto commerciale attraverso il quale ogni libro cerca un dialogo con chi legge. Sì, è commerciale nel senso che questo libro – come del resto ogni libro – commercia, negozia, propone una storia in cambio di un po’ di tempo e di qualche euro. No, perché questo libro esiste nel commercio ma non è pensato per il commercio (se per commercio, o meglio per commerciale, si vuole intendere una narrazione che divora onnivora ogni tipo di lettore, identificandosi, di fatto, nella commerciabilità), nel senso che scrivendolo ho cercato prima di tutto di costruire una forma – linguistica e immaginativa – che fosse il più possibile compatta e coerente, senza pormi più di tanto il problema di chi lo avrebbe letto. Il che non significa essere ostili al lettore che verrà – sarebbe inverosimile e ridicolo; significa concentrarsi prima di tutto sulla forma augurandosi che a quella corrisponda l’interesse di un po’ di persone.

Il tempo materiale è la storia di tre eroi tragici, i compagni Nimbo, Volo e Raggio, che nel 1978, l’anno del sequestro di Aldo Moro e della sua condanna a morte, si scagliano contro la propria provincia, Palermo, e contro il proprio Stato, compiendo attentati, emulando il terrorismo nazionale. Hanno undici anni. Dalle prime pagine, dall’inizio del libro, subito, sbalza un’anomalia stilistica: la parole della voce narrante.

La voce di Nimbo è la pelle del romanzo, il suo involucro linguistico, ed è in buona parte anche il suo midollo. Mi viene in mente il nastro di Moebius, la figura del dentrofuori naturale. La voce di Nimbo chiarisce subito che non si sta lavorando sulla mimesis, del resto la prospettiva di far parlare un ragazzino di undici anni nel modo in cui si ritiene parli un ragazzino di undici anni non mi piaceva, anzi devo dire che nella maggior parte dei casi, quando in un libro o in un film ci sono bambini o ragazzini che parlano – più esattamente: che vengono fatti parlare – come si pensa parlino davvero, mi sento in imbarazzo, mi sembra di trovarmi davanti a qualcosa di stucchevole. Dunque nessuna idea di imitare la voce di un undicenne: il che porta subito alla rottura di un patto, quello della verosimiglianza, o meglio a un suo slittamento di piano. “È verosimile che accadano anche cose contrarie al verosimile.”, scrive Aristotele nella Poetica. E quindi è possibile che durante la lettura, dopo aver opposto resistenza a una serie di abitudini percettive, all’improvviso chi legge ammetta la paradossale verosimiglianza della voce di Nimbo. Che, credo, da quel momento in poi sarà una voce-Moebius, contemporaneamente pelle e midollo, dentro e fuori la storia narrata.

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la carica dei vitelloni

9 ottobre 2009

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